giovedì 3 ottobre 2019


GESÙ  E  LA PECCATRICE
“la donna del profumo”  (Lc 7,36-50)
           Una donna senza nome «pubblica peccatrice pentita perdonata», “la donna del profumo” è una delle tante donne anonime che compaiono nel vangelo di Luca. Alcuni la scambiano con Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro, o con Maria Maddalena, dalla quale Gesù scacciò sette demoni, o persino con la donna adultera che si trovò nell’imminente pericolo di essere lapidata dai suoi accusatori.
Per noi, invece, è semplicemente la donna del profumo, è colei che versò il suo vaso di alabastro sopra i piedi del maestro. «La donna del profumo»
Quello di Luca è il vangelo che narra in maggior numero storie di donne. È l’unico che ci racconta la storia di Elisabetta, di Maria, di Anna, della vedova di Naim, della donna del profumo, di Maria Maddalena, di Giovanna, di Susanna e di altre donne della Galilea, di Marta e Maria, della donna curva, della donna che cerca la moneta perduta, della vedova insistente e delle donne che piangono Gesù in cammino verso il Calvario. Sono tutte esclusive narrazioni di Luca, anche se nel suo vangelo troviamo altre storie di donne che hanno la loro parallela comparsa nei vangeli di Marco e di Matteo: la storia della suocera di Simone, della figlia di Giairo e dell’emorroissa, della donna che impasta il pane, della vedova povera che dona tutto quanto ha, delle donne della Galilea che danno testimonianza della morte e sepoltura di Gesù e scoprono la tomba vuota.
“In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”. Gesù allora gli disse: “Simone, ho una cosa da dirti”. Ed egli: “Maestro, dì pure”: “Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?” Simone rispose: “Suppongo quello a cui ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”. E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Poi disse a lei: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”.  Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?” Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!””
La donna del profumo ha vissuto una vita di peccato. E Gesù, il pedagogo, il terapeuta, applica un rimedio di efficacia istantanea. Perdona all’istante tutti i suoi peccati. Non li ricorda più, non li conta più. Il rimedio di Gesù rigenera nel cuore distrutto della donna i sentimenti più delicati dell’essere umano: amore e gratitudine. La donna del profumo è la donna del molto amore, la donna della gratitudine infinita, la donna che non sa esprimere in parole quanto il suo cuore sente per Gesù. E giacché non sa parlare, il suo cuore la spinge ad un gesto audace.
I Vangeli di Matteo, Marco e Giovanni presentano il racconto di una unzione, che somiglianze e che differenze mostrano rispetto all’episodio narrato da Luca. In Luca e negli altri vangeli la protagonista della nostra storia si confonde spesso con un’altra donna che, nell’imminenza della passione, unge i piedi di Gesù, anticipando così la sua morte e sepoltura (Mc 14, 3-9; Mt 26, 6-13; Gv 12, 1-8). È una identificazione comprensibile, giacché i racconti di Marco e di Luca coincidono in alcuni punti: in ambedue la donna è anonima ed entra nella casa di Simone; Gesù è seduto a tavola, la donna porta un vaso di alabastro pieno di profumo e con esso unge Gesù; i presenti reagiscono contro la donna, mentre Gesù si mette dalla sua parte. Anche il vangelo di Giovanni condivide alcuni dettagli con il nostro racconto: la donna unge i piedi di Gesù (non la testa, come in Marco e Matteo) e li asciuga con i suoi capelli.
Rileviamo ora quegli elementi caratteristici del racconto di Luca che lo distinguono dagli altri evangelisti. In Luca l’episodio sembra aver luogo in Galilea, non a Betania come in Marco, Matteo e Giovanni. In Luca Simone è un fariseo e Simone è il suo nome proprio; e non è un lebbroso come in Marco e Matteo. In Luca la donna è anonima e inoltre peccatrice, mentre in Giovanni la protagonista è Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro.
In Luca l’unzione si colloca durante il ministero di Gesù in Galilea, non poco prima della sua passione,  come avviene in Marco, Matteo e Giovanni. In Luca ad opporsi al gesto della donna è Simone. In Giovanni è Giuda; in Matteo i discepoli e in Marco alcune persone anonime criticano lo sperpero del profumo: l’unzione di Gesù è un attentato alla povertà, il denaro del profumo avrebbe dovuto essere impiegato per soccorrere i poveri.
In Luca questo segno di pentimento procura il perdono dei molti peccati alla peccatrice perciò nella casa del fariseo, dove era stato invitato, Gesù imbandisce il banchetto nuziale per la peccatrice inopportuna e indesiderata. Il fariseo orgoglioso della sua giustizia non può partecipare alla danza dell'amore se prima non piange il suo peccato.
La presenza della peccatrice che ama, mostra al giusto il suo peccato profondo, quello di non saper amare.  Il peccato tipico del giusto è quello di comprarsi l'amore di Dio con la moneta sonante e delle proprie buone opere. E' il peccato "naturale" di tute le religioni, che suppongono un Dio cattivo da imbonire
Il racconto serve per persuadere il giusto di peccato perché vuole meritare l'amore di Dio che questo amore è gratuito.
Questa donna è figura del vero popolo di Dio che si riconosce peccatore e bisognoso di perdono; è il simbolo dell'umanità peccatrice che ritorna al suo sposo, Dio.










Appendice
Studi numerosi e interessanti hanno tentato di risolvere il problema che pongono le affinità e le differenze dei quattro racconti evangelici. È molto importante ricordare che lo scritto deriva dalla predicazione degli apostoli, dei testimoni, di quelle persone che hanno fatto una esperienza umana. Non si tratta della registrazione immediata dei fatti e delle parole, ma è il loro ripensamento e loro la trasmissione
L’unità nella molteplicità,
ogni evangelista è portatore di un messaggio differente. Non basta un Vangelo. La saggezza della tradizione ecclesiale ne ha scelti quattro, quattro come i punti cardinali, come le parti del mondo, proprio per indicare una molteplicità cosmica; per indicare, appunto, come la verità sia trasmessa in modo molteplice. È una specie di diamante con diverse facce. Matteo ha una sua impostazione, Marco ne ha un’altra; sono veri entrambi, ma sono diversi, rispecchiano l’unico Gesù Cristo eppure fanno due ritratti differenti. Se aggiungiamo Luca i ritratti sono tre, se aggiungiamo Giovanni quattro. L’unico Gesù Cristo è stato ritratto in quattro modi differenti. Qual è quello vero? Tutti e quattro, è un principio fondamentale. Santo Ireneo, uno dei primi grandi padri della Chiesa, parla dell’unico Vangelo “quadriforme”: un unico Vangelo che ha quattro forme.
Ognuno Trasmette Sostanza Essenza e Scopo del Messaggio di Gesù.

Sinossi del testo

Presentazione
6Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso,
3aGesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso.
36Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
1Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2E qui fecero per lui una cena: Martaserviva e Lazzaro era uno dei commensali.
Unzione
7gli si avvicinò una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre egli stava a tavola.
3bMentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo.
37Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; 38stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
3Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo.
Sdegno
8I discepoli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: «Perché questo spreco? 9Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!».
4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
39Vedendo questo, il fariseo che l'aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
4Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: 5«Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?».
40Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Dì pure, maestro». 41«Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. 42Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». 43Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
Difesa
10Ma Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto un'azione buona verso di me. 11I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. 12Versando questo profumo sul mio corpo, lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13In verità io vi dico: dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto».
6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un'azione buona verso di me. 7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».
44E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. 47Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 48Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». 49Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». 50Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».
6Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Differenze tra le versioni


APPARIZIONE DI CRISTO AL LAGO DI TIBERIADE

E PESCA MIRACOLOSA

PIETRO SUPREMO PASTORE DEL GREGGE


   “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (Atti 1,3).  
   Matteo ci riferisce che gli undici andarono in Galilea e specifica: sul monte che Gesù aveva loro fissato: “Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi…E Gesù, avvicinandosi, disse loro: - Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra. Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, …..  Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo -“ (Mt 28, 16 –20) .
   L’ultimo racconto del Vangelo di Matteo,  non si deve intendere come conclusione, ma una nuova apertura, un nuovo inizio. Da quella montagna lo sguardo vuole abbracciare i confini della terra, il destino dell’umanità.  Il Cristo è stabilito nella sua sovranità, la sua gloria risplende. I suoi porteranno il suo messaggio e il suo mistero, porteranno un battesimo per tutta l’umanità e una comunione con Dio per tutti gli uomini. E’ il tempo della missione universale: Dio con noi, questo è il nome di Gesù, “ EMANUELE “ (Mt 1, 23 cf. Is 7, 14 e 8, 8 - 10).
   L’ultimo racconto del Vangelo Secondo Giovanni ci mostra l’apparizione del Risorto sul lago di Tiberiede, raccontata solo nel suo vangelo. E’ certo che sono in Galilea ed è certo che il Risorto vuole dare agli apostoli forza e potere per proseguire la missione che il Padre aveva a lui conferito. Pertanto dà nuovo inizio.
   L’episodio della pesca miracolosa, secondo la tradizione archeologia, va situata sulla sponda del lago di Tiberiade ad ovest di Cafarnao, nella località Sette Fonti; dal suo nome in greco: Heptapegon deriva il nome della moderna Tabgha. A Tabgha si trova una lastra di pietra, chiamata: Mensa Domini; secondo la tradizione, Gesù su di essa aveva preparato da mangiare ai suoi discepoli. Gli apostoli, tornati in Galilea, in attesa degli eventi e di rivedere ancora il Maestro Risorto, riprendono il loro antico mestiere di pescatori:
La pesca notturna fu infruttuosa e mentre sul far del mattino si avviavano alla riva dalla quale distavano circa 100 metri, i discepoli scorgono una persona, ma non riconoscono che era Gesù. Gesù chiedendo loro qualche pesce da mangiare, certo voleva chiedere loro se era andata bene la pesca, essi dichiararono l’infruttuosità della pesca notturna.  Allora Gesù dice agli apostoli di gettare di nuovo la rete dalla parte destra della barca, perché avrebbero pescato. Sulla sua parola la gettarono e per la quantità di pesci non riuscivano più a tirare la rete sulla barca. L’accento posto sulla straordinaria abbondanza della pesca, richiama l’abbondanza riscontrata in altri miracoli di Cristo: Cana, acqua in vino, moltiplicazione dei pani ecc.  Allora il discepolo, quello che Gesù amava, per primo riconosce  il Signore”. Gesù, in Giovanni, è indicato con il termine: “Il Signore” perché designa la sua divinità.
   Negli ultimi due capitoli del quarto vangelo, l’evangelista ci fa rilevare che la gerarchia non è fondata solo nella santità o nella intensità dell’amore, ma sulla scelta di Cristo. Su Pietro Gesù poggia la sua Chiesa! Giovanni davanti al sepolcro si arresta, egli si contenta di chinarsi per guardare attraverso l’apertura, il senso della gerarchia apostolica lo trattiene, soltanto dopo Pietro egli entra. Pietro, però  vede soltanto (20,6), mentre Giovanni: vede e crede (8), il quale non solo conclude che il corpo non è stato rubato, ma che Gesù è risorto! Pur non avendo ancora compreso le scritture (9), egli ricorda, perché in lui riposano vive le parole di Gesù, che Gesù sarebbe risorto. Anche dalla barca sul lago di Tiberiade, solo Giovanni ha la certezza che quell’uomo sulla riva è Cristo Risorto e come al sepolcro, non si precipita verso di lui, ma, riconoscendo in Pietro il capo degli apostoli, solo a lui comunica la sua percezione ed è quest’ultimo che si butta in acqua per raggiungere Gesù a riva, mentre gli altri tornarono con la barca.        
   Raggiunti Gesù videro un fuoco di brace con sopra del pesce che stava arrostendo.     Gesù disse loro di portare dei pesci pescati ora. Gesù voleva preparare ai discepoli un numero maggiore di pesci, oppure desiderava che i discepoli si rendessero subito conto della straordinaria pesca compiuta, frutto anche della loro fatica.
   Il vangelo giovanneo mostra il suo interesse su Simon Pietro, il capo degli apostoli, facendo rilevare la difficoltà dell’equipaggio della barca a tirare su la rete in barca; mentre la difficile operazione, viene compiuta da un solo uomo: Pietro.
Presentando così il miracolo, Giovanni intende segnalare il contenuto dottrinale di esso: La rete era piena di grossi pesci: di 153 grossi pesci; si ritiene che l’indicazione di questo numero preciso e ben definito, racchiude un senso simbolico: S. Gregorio Magno rilevava che racchiudeva un grande mistero; mentre S. Girolamo pensava che tale cifra corrispondeva al numero di tutte le specie di pesci conosciuti dagli antichi. Recentemente Heinz Kruse ha ripreso in esame una spiegazione tentata in passato, illustrandola con nuove prove. Questo autore ritiene che tale cifra sia un procedimento di gematria, fondato su una espressione ebraica. Presso gli antichi e presso gli ebrei vigeva l’uso di abbinare numeri e parole, cioè di indicare un numero per formulare una proposizione. Tra i graffiti di Pompei se ne legge uno in greco che dice: “Amo colei che ha il numero 545”, al numero 545 corrisponde il nome di una fanciulla. Siccome ad un numero potevano corrispondere più nomi a secondo della divisione della cifra in centinaia, decine, unità, si poteva fare uso del giuoco della isopsephia (= uguale numero), cioè con un numero si designava un nome o si formulava una proposizione. Nella Bibbia un esempio di gematria si ha in Apocalisse 13,18; il numero 666 indica il nome ebraico: Qesar Neron .
Secondo Heinz  Kruse il numero 153 designa l’espressione ebraica ( non aramaica ) : qhal ha’ahabah, che significa: “la Chiesa dell’amore, [della carità]”. Questa designazione, espressa oppure tradotta con i valori numerici rispondenti alle singole consonanti ebraiche: [ q = 100;  h = 5; l = 30; h = 5; ‘ = 1; h = 5; b = 2; h = 5 ] che dà come somma la cifra 153. Tale designazione rientra nella concezione giovannea  ed in pari tempo offre un’elevata concezione ecclesiologica, cioè afferma che la Chiesa è amore; così infatti la Chiesa è chiamata dai Padri Apostolici.
La rete non si spezzò; particolare che illustra un altro aspetto della Chiesa: l’unità di tutti i credenti, che deve attuarsi tra tutti coloro che abbracciano la fede nell’unico Cristo per la predicazione degli apostoli; tale unità produrrà, in un certo senso, quella che esiste tra il Padre ed il Figlio. (cf. 17). Secondo l’insegnamento dei sinottici la pesca con la rete indica la venuta del regno dei cieli e la missione degli apostoli.             
   Poi Gesù invita i discepoli a prendere il pane e il pesce da Lui preparato. Nessuno dei discepoli osava domandargli: Tu chi sei?; tutti sanno che è Gesù, e tutti sono pervasi da un senso di sacro rispetto e stupore che impedisce loro di rivolgergli domande. Anche questo silenzio è un riconoscimento implicito, un atto di fede nella resurrezione. Mentre il silenzio è sovrano, Gesù si avvicina loro e li serve, come spesso aveva già fatto. Tale gesto conferma ai discepoli che il Maestro, dopo la resurrezione, non soltanto conserva verso di loro la stessa bontà d’un tempo, ma attua quanto aveva loro promesso nei discorsi d’addio, assicurandoli della sua presenza e del suo aiuto.
   La precisazione di Giovanni che questa è la terza volta che Gesù appare loro, quasi per precisare che questa, descritta solo nel quarto vangelo, è la prima apparizione in Galilea, mentre le altre verificatesi nella stessa Galilea e ricordate dai sinottici, sono posteriori a questa.      
“Quando ebbero pranzato, Gesù dice a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” Come al momento della Sua chiamata all’apostolato, Pietro viene qui indicato col nome di Simone di Giovanni (cf. 1,42) e così interrogato alla presenza degli altri apostoli. Gesù qui lascia intravedere che la suprema autorità sulle anime deve essere accompagnata da un amore più intenso verso Gesù e quindi verso gli uomini. “Amare” qui indica il più incondizionato e fedele attaccamento a Cristo; con questa espressione, discreta e delicata, il Maestro ricorda a Pietro quando questi aveva detto alla vigilia della Passione; in quella circostanza infatti l’apostolo aveva protestato che non avrebbe mai abbandonato Gesù, anche se gli altri lo avrebbero fatto (cf. Mc 14,29 e Gv 13,37). La triplice domanda che il Salvatore rivolge a Pietro non ha solo lo scopo di riabilitare l’apostolo presso gli altri e a Se stesso, ma si prefigge anche quello di illuminare lo stesso Pietro su quanto Gesù gli dirà. L’apostolo, fiducioso di sé, era stato capace di rinnegare per tre volte il Maestro; ora Gesù per tre volte lo interpella per fargli capire che lo unisce strettamente a Sé investendolo di poteri sovrani sopra il Suo gregge. “Sì, Signore, tu lo sai che ti amo”. La risposta di Pietro è di una umiltà semplice e trasparente; egli non si confronta con gli altri, ma si rimette alla perfetta conoscenza che Gesù, come Dio, ha di lui. “Pasci i miei agnelli” Con questa solenne dichiarazione il Salvatore affida a Pietro l’autorità suprema sull’intero suo gregge. “Mi ami tu?” Anche se nella seconda e terza domanda vengono tralasciate le parole: “più di costoro” mantengono la stessa forza della prima e Pietro alla seconda domanda risponde con la stessa forza e convinzione della prima, mentre Gesù gli dice: “Pasci le mie pecorelle”. Il termine pecorelle, qui usato, non ha nessuna incidenza sul senso delle dichiarazioni di Cristo; le tre proposizioni imperative di Gesù Risorto ripetono solo la stessa consegna del Salvatore, perciò non bisogna pensare che gli agnelli designano gli apostoli, le pecorelle i semplici fedeli. Similmente il fatto che Gesù interroga Pietro con l’appellativo di “Simone di Giovanni”, non ha nessun significato particolare se non ricordare il primo incontro di Pietro con Gesù, quando Questi vedendolo: fissò lo sguardo su di lui.
   Certo nel porre a Pietro le tre domande, Gesù lo sta fissando con la stessa intensità di quel giorno. E, vinto da quello sguardo, alla terza domanda si arrende mostrandosi addolorato. L’apostolo avverte l’intenzione recondita che ha Cristo nel rivolgergli per la terza volta la stessa domanda;  infatti Gesù dopo che Pietro lo ha rinnegato tre volte, nonostante le ferme proteste di fedeltà, vuole quasi metterlo alla prova inducendolo a dichiarare ancora un’ultima volta e in modo più consapevole ed incondizionata la  sua fedeltà a Lui. “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti amo”. Pietro con questa sua risposta si appella alla onniscienza di Cristo (“tu conosci tutto”) e alla sua esperienza (“tu sai che ti amo”). E Gesù: “Pasci le mie pecorelle”.  Secondo Giovanni con questa espressione Gesù conferisce a Pietro il governo delle anime, mentre dall’intero colloquio con Pietro, in presenza degli altri apostoli, si evince che Gesù gli conferisce il primato di autorità sulla chiesa universale.
La tradizione della chiesa, poi confermata dal Concilio Vaticano I, ritiene che con queste parole Gesù ha conferito a Pietro la suprema giurisdizione di pastore  e di guida dell’intero suo gregge.   
 

giovedì 21 marzo 2019


 Guarigione dell’emorroissa e Resurrezione della figlia di Giairo
(Marco 5,21-43)  “risuscitazione”
Contesto
   Il capitolo 4 di Marco è quasi interamente occupato da una sequenza di parabole.
   Si conclude con l’episodio della tempesta sedata (4,35-41), nel quale Gesù sembra mettere alla prova la fede dei suoi, che evidentemente era ancora molto acerba.
   Il capitolo 5 invece è occupato da tre incontri e altrettanti interventi miracolosi, episodi sui quali Marco si dilunga, con molti particolari. Nel primo, l’incontro tra Gesù e l’indemoniato geraseno (5,1-20), gli apostoli sono solo sullo sfondo, ci troviamo in terra pagana e Gesù sembra il solo a scendere dalla barca (5,2). Come spesso succede in Marco, Gesù si scontra con l’incomprensione, anche davanti ai suoi segni miracolosi. Il fatto che ciò avvenga in territorio pagano mitiga questa avversione, ma è bene ricordare che nel vangelo più antico le sottolineature di tal genere sono molto frequenti, in modo particolare con riferimento alla durezza di cuore dei discepoli e specificamente dei Dodici.
   Per quel che riguarda i Dodici, basta rivedere l’episodio della tempesta sedata, alla fine del capitolo 4. La domanda di fondo, che a volte l’evangelista esplicita (per es.  v. 4,41) è relativa all’identità di Gesù: “Chi è mai costui …?”.
  Le opere che il Maestro di Nazaret compie sono sconvolgenti, ma lo è anche l’autorevolezza della sua Parola. Poiché però il cuore è indurito, i discepoli stessi e ancora più le folle non riescono ad andare al di là di ciò che vedono e ascoltano, non hanno fede. In tal senso è emblematico un episodio che non è proprio del solo Marco, ma che qui assume un tono decisamente critico verso i Dodici. Lo troviamo in Mc 8,14-21. Qui è Gesù stesso che aiuta i suoi a ricordare alcune delle sue opere, anche piuttosto recenti; i Dodici ricordano, ma, sottolinea lo stesso Maestro, non capiscono: “Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora?
Avete cuore indurito?”
   Mi sono soffermato su questo aspetto perché è uno degli elementi più caratterizzanti il vangelo secondo Marco: da una parte la continua ricerca per comprendere chi sia Gesù di Nazaret, (..Chi è dunque costui .. 4,41) poi, quando l’identità del Maestro comincia a manifestarsi, il comando dello stesso Gesù, perché i suoi non lo rivelino. Anche in casa di Giairo Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo (5,43).
   Questo secondo aspetto prende il nome di “segreto messianico” ed è solitamente spiegato in questi termini  (cfr nota della Bibbia di Gerusalemme a Mc 1,34): poiché Israele attendeva un messia liberatore, in senso anche politico, Gesù sa che il popolo, riconoscendo in Lui il Messia, avrebbe riposto in Lui aspettative che Egli non poteva soddisfare (cfr Gv. 6,15 dopo la moltiplicazione dei pani volevano farlo re); per questo chiede ai discepoli, ma anche ai demoni, che lo riconoscono, di non rivelarne l’identità, finché non sia giunta l’ora della passione e quindi la risurrezione e la conseguente rivelazione della vera liberazione che Egli è venuto a portare nel mondo.
   Tornando al contesto del nostro brano, il successivo capitolo 6 si apre con un breve ritorno di Gesù nella sua città d’origine, Nazaret, dove va nella sinagoga e di nuovo l’autorevolezza del suo insegnamento si scontra con l’incredulità dei presenti, che vedono in Lui semplicemente il figlio di Maria (6,1-6a). Quindi, la missione dei Dodici, mandati a due a due ad Israele, con la stessa autorità del Maestro (6,6b-13).
Testo
   “”Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi  e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani, perché sia guarita e viva». Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui,  si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad avere fede!».  E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.””
   In qualsiasi circostanza gli episodi prodigiosi di Gesù avvengano, non mancano mai di richiedere come condizione necessaria che si riponga fede in lui, il Signore Gesù Cristo Figlio di Dio che è venuto nel mondo per instaurare il suo Regno d’amore. Tale richiesta, a volte, viene formulata o manifestata da altri che operano nell’interesse di chi ha bisogno (cfr Lc 5,19-20: il paralitico calato col lettuccio dal tetto: “Veduta la loro fede.. ”).
      Solo in conseguenza di questa fede in lui si ottiene la guarigione, ma che diventa ancora più evidente quando si legge con attenzione il miracolo di guarigione dell'emorroissa.
   Questo è forse l'unico miracolo (almeno stando alle versioni dei Vangeli) che avviene di soppiatto, senza che l'interessata interpelli il Signore direttamente, ma semplicemente con un semplice sfioramento che la stessa opera sulla frangia del mantello di Gesù: con questo gesto timido ma carico di fede e di speranza nel Signore immediatamente si arresta il flusso di sangue che fuoriusciva dal corpo di quella povera donna ormai da ben dodici anni e che aveva inutilmente impegnato decine di medici e periti;  ne consegue – cosa anch'essa del tutto unica nei vangeli – lo sconcerto e la perplessità di Gesù che avverte che "una potenza (in Luca una "forza") fuoriesce da lui", quasi si trattasse di un'energia che gli è stata appena rubata, sicché fra lo sbigottimento dei discepoli domanda: "Chi mi ha toccato il mantello?"
   È la fede nel Signore a meritare sempre i miracoli; questa fede in Lui Salvatore e Signore è sufficiente e produce i suoi effetti anche quando Gesù sembra essere lontano o assente da noi, o comunque anche in quelle circostanze nelle quali ci sembra non avere occasione di "parlare" direttamente con lui: basta riporre in lui la nostra fiducia radicata e certa, il nostro abbandono disinvolto alla sua parola e porci alla sequela dei suoi atti per vivere intensamente di lui nella nostra vita per ottenere che, la grazia di Dio suo tramite si riversi su di noi, fossimo anche lontani migliaia di chilometri.
   Ecco allora il vero senso della domanda di Gesù: "Chi ha avuto fede in me Figlio di Dio, tanto da ottenere un miracolo  (“potenza – forza”)  anche a mia insaputa? Voglio saperlo, per approvare la sua fede che lo ha salvato dal suo male e per garantire su di lui la continua presenza del Padre che lo ama e che concede queste e altre misericordie". 
   Gesù così riafferma che la potenzialità della fede nei suoi confronti è proficua ed esaustiva per essere ascoltati ed esauditi dal Padre e da Lui.
   Il che non può non esserci di sprone a riscontrare sempre e in tutti i casi la presenza certa del Signore in tutte le circostanze della vita, anche quando questi ci sembri "lontano e irraggiungibile” come nel caso della disperazione e del dolore diventato insopportabile al punto da non lasciare spazio alla fiducia: nella fede, che è il fondamento delle cose che si sperano, noi avvertiamo la presenza continua del Signore pronto ad operare in noi la guarigione dai mali fisici e morali e a risollevare le nostre sofferenze di oggi.  


domenica 9 dicembre 2018


IL GREGGE E L’OVILE
(Gv 10,1-16)
               Per cogliere più a fondo il mistero della Chiesa, i Padri conciliari, nella Lumen Gentium*, hanno fatto uso del linguaggio delle immagini, recuperando il ricco patrimonio del simbolismo ecclesiologico disseminato nella rivelazione biblica. 
           La Chiesa – leggiamo nella Lumen Gentium (n.6) - è un ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo. E’ pure un gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore.
          Queste due immagini bibliche - l’ovile e il gregge  - rivelano “l’intima natura della Chiesa”.
Gesù, come riferisce l’evangelista Giovanni al cap. 10, le ha illustrate a fondo presentandosi come il buon Pastore che custodisce cura e nutre il suo gregge e che addirittura  dà la vita per esso.
Certo, per l’antico popolo d’Israele, discendente da aramei erranti nel deserto (Deuteronomio* cap. 26 vers. 5), era molto familiare l’immagine del gregge per indicare il popolo che Dio si è scelto.
Il profeta Isaia* aveva considerato Dio come un pastore che fa pascolare il suo gregge, e con il suo braccio lo raduna (cap. 40 vers.11).
Ezechiele* (cap. 34), rimproverando i pastori d’Israele che si nutrivano di latte, si rivestivano di lana e ammazzavano le pecore più grasse, ha preannunciato che Dio stesso si sarebbe ripreso il gregge e avrebbe fatto da pastore al suo popolo.
          Oggi queste immagini sono meno immediate perché di greggi al pascolo se ne vedono ormai pochi rispetto al passato, quando, anche tra la gente di Calabria, c’erano molti pastori che guidavano le pecore su e giù per le montagne dell’Aspromonte. Solo se ci si addentra nell’entroterra, raggiungendo qualche contrada lontana è ancora possibile familiarizzare con la vita del pastore che tenacemente “raduna il suo gregge con il braccio; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11).
           Cerchiamo dunque di recuperare i colori di queste immagini pastorali, gustando la bellezza suggestiva dell’ambiente biblico.
            Lo facciamo a partire da questa affermazione di Gesù: “Io sono la porta dell’ovile”.
            Perché proprio “la porta”?
In Palestina, ai tempi di Gesù, solitamente il pastore radunava le pecore in una caverna poco profonda che poteva offrire sicurezza per la notte e spesso ostruiva l’apertura con un muricciolo munito di porta.
Prevalentemente, però, costruiva un muretto di sassi  e lui stesso si sdraiava lungo l’apertura fungendo da porta per le pecore. Solo il pastore poteva consentire l’accesso all’ovile, perché egli, stendendosi lungo quella porta, consentiva alle pecore di sentire il suo profumo e entrare nel proprio ovile calpestando il suo corpo. I ladri e i briganti invece scavalcavano il muro, uccidevano quante più pecore potevano prima di essere scoperti e le gettavano fuori dell’ovile ai complici.
Talvolta invece i pastori si occupavano del gregge solo durante il giorno. Con il sopraggiungere della notte, portavano le loro pecore in un grande ovile o in un recinto comunitario, ben protetto contro banditi e lupi. E un guardiano vigilava per tutta la notte. Al mattino poi, quando giungeva il pastore, batteva il palmo delle mani sulla porta ed il guardiano apriva. Chiamate per nome, le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro di lui verso i pascoli. Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma rimanevano come erano, perché quella voce non era da loro conosciuta.
         Comprendiamo bene ora il senso di queste similitudini. Soprattutto la porta a cui allude Gesù risulta più di un semplice varco attraverso cui entrare e uscire. Ma approfondiremo il senso di queste metafore dopo aver letto il testo di Giovanni Evangelista ( cap 10 vers dall’1 al 16):
              1«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: Io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.  11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore».
           Innanzi tutto contestualizziamo il brano (testo). L’evangelista ha appena raccontato (contesto) la guarigione cieco nato che era stato espulso dalla sinagoga per la sua confessione di fede sul Messia. Poteva dunque apparire come una pecora sbandata, senza pastore né gregge, tagliato fuori dalla comunità giudaica, scomunicato per la sua fede.
         E invece no! - sembra voler puntualizzare Gesù - Chi crede in me entra nell’ovile di Dio attraverso la porta di salvezza e in esso trova la vera vita. “Io sono la porta” – ribadisce, riferendosi al suo essere mediatore del loro “entrare e uscire”, che nel linguaggio semitico indica  la pienezza della comunione con il Pastore.
Fuor di metafora, l'ovile è la comunità dei credenti in Cristo. E’ la Chiesa. E il gregge siamo noi, popolo di Dio, raccolti in unità attorno al Pastore supremo. L’ovile raccoglie, custodisce, preserva dal male, soprattutto nella notte, quando il buio diventa complice di chi vuol fare razzia. Così la Chiesa, vivificata dallo Spirito, contagiata dall’urgenza della stessa carità di Cristo. In unità, nell’unico gregge, per pregustare la mediazione salvifica di Cristo, Pastore buono. “Se davvero l’amore riesce ad eliminare la paura e questa si trasforma in amore – dice Gregorio di Nissa - , allora si scoprirà che ciò che salva è proprio l’unità. La salvezza sta infatti nel sentirsi tutti fusi nell’amore dell’unico e vero bene”.
          Dunque, unità nell’amore. Che si realizza in quell’«entrare e uscire» di sapore semitico in cui si assapora la comunione piena con Dio e tra noi, “perché il mondo creda” in Cristo Gesù Salvatore (cfr. Gv 17,21).
           Chiediamoci ora: qual è la caratteristica di questo gregge di Dio? “Le pecore ascoltano la sua voce” (v. 3), “le mie pecore conoscono me” (v.14). Ecco: l’ascolto e la conoscenza. Ossia la docilità e la familiarità con il Pastore, che scaturisce dal sentirsi chiamare per nome, dal fare esperienza della Sua Parola e della Sua Presenza. Per noi, la familiarità con le Scritture e i Sacramenti. La Parola infatti “è un dono, un appello, mediante il quale Dio “nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum*: 2). E i Sacramenti “sono tutti una diversa espressione e partecipazione all’unico mistero della morte e risurrezione del Signore”.
          Infine, la metafora della porta, che abbiamo ben assimilato attraverso la feritoia aperta sull’ambiente biblico. Gesù è la porta, abbiamo detto. Dunque l’accesso “obbligato” per mettersi in comunione con il Padre e con il gregge. Però, attenti: nel linguaggio biblico la porta non indica solo un luogo di passaggio, ma spesso sta a significare la città o il tempio nel suo insieme (cfr. sal. 87 e sal. 122,2). Quindi Gesù è “luogo” di salvezza, non semplicemente “via”. La porta allora riconduce e richiama il mistero pasquale: “io offro la vita per le pecore” (v.15) – dice Gesù. Un “offrire” che, tradotto letteralmente, significa: “deporre l’anima a favore di qualcuno”, cioè spingersi al sacrificio supremo per salvare un amico. E si tratta di un’offerta, come esprime lo stesso verbo “deporre”, fatta con estrema libertà, per amore, e nella possibilità di privarsene e riprenderla, perché Gesù è il Signore della vita e della morte.
           Ecco cosa ci è dato di gustare nella Chiesa di Dio!
          La bellezza-bontà di un amore che ci raccoglie in unità, si spalanca alla conoscenza di sé, che è intimità profonda, e si offre a noi deponendo la sua divinità per restituirci la nostra dignità di figli. Amen.

Note
*”Lumen Gentium”:   
                                                  “Costituzione sulla Chiesa”                               
*”Dei Verbum” :                      “Costituzione sulla Divina Rivelazione” 
Due dei quattro documenti basilari del Concilio Vaticano II    
 Altri
*”Sacrosanctum Concilium”:  “Costituzione sulla Sacra Liturgia”
*”Gadudium et Spes”:             “Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”    

*”Deuteronomio”  insieme a  “Genesi”, “Esodo”, “Levitico”, “Numeri” costituiscono
                          Il “Pentateuco”: questi sono i primi 5 libri dell’ “Antico Testamento”.
Seguono: 16 “Libri Storici” ; 7 “Libri Sapienziali”; 18 “Libri Profetici” perciò l’”Antico Testamento” complessivamente ha  un totale di 46 libri.
*”Isaia”  e  *”Ezechiele”  Sono due dei più incisivi Profeti.   

Il “Nuovo Testamento” complessivamente ha un totale di 27 libri
4 Vangeli:                      Matteo, Luca, Marco, Giovanni
1 Atti degli Apostoli
13 Lettere di Paolo:       Romani, 1Corinzi, 2Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi,
                                       Colossesi, 1Tessalonicesi, 2Tessalonicesi, 1Timoteo,
                                       2Timoteo,Tito, Filemone
1 Lettera agli Ebrei
1 Lettera di Giacomo
2 Lettere di Pietro:          1Pietro, 2Pietro
3 Lettere di Giovanni:     1Giovanni, 2Giovanni, 3Giovanni
1 Lettera di Giuda
1 Apocalisse di Giovanni  

La “Bibbia”  complessivamente ha un totale di 73 libri                                    


BARTIMEO
il figlio di Timeo

      “”E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!” Allora Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. E Chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!” Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che vuoi che io ti faccia?” E il cieco a lui: “Rabbunì, che io riabbia la vista!” E Gesù gli disse: “Và, la tua fede ti ha salvato”. E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.”” ( Mc 10,46-52)
         
          Gesù è sempre alla ricerca dell’amato suo e del Padre.
La sua strategia è propria di chi ama perdutamente.
L’aspetta “al varco”, come alla Samaritana. A Bartimeo lo cerca, come per caso, avviandosi sulla via dove il cieco chiede l’elemosina,
Con la Samaritana prepara il piano: vuole restare solo, solo senza alcun testimone, perciò manda i discepoli a fare delle spese. Dopo averle chiesto dell’acqua, la provoca in una disputa teologica per poi rivelarsi: “il Messia”.
Resterà unica, una prostituta, a ricevere la rivelazione della sua vera identità: “Sono io che ti parlo”.                  
Con Bartimeo non c’è un dialogo teologico, c’è la ricerca di quell’ uomo solo, solo senza il padre Timeo, Gesù vuole dargli quel padre assente, vuole dargli l’amore del vero Padre, l’amore suo e quello di suo Padre.
Bartimeo appena realizza che è Gesù Nazzareno quello che predica a molta folla, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Più la folla vuole azzittirlo per non disturbare la predicazione di Gesù, più egli grida il suo dolore, ma Gesù era lì per cercare lui.
L’evangelista è sintetico e lapidario, Gesù non chiede alla folla chi è costui che grida ma : ““Si fermò e disse: “Chiamatelo!” Ben sapeva chi era e cosa volesse. La folla, alla richiesta di Gesù, ora sollecita il cieco: “Coraggio! Alzati ti chiama!”.
Contempliamo l’asciutta descrizione di Marco: “Egli, gettato via il mantello , balzò in piedi   e   venne da Gesù”.
In quel tempo, per un povero cieco o per tanta povera gente, il mantello era il compagno del suo corpo: un giaciglio per dormire, una coperta per coprirsi, un mantello per ripararsi dal freddo. Ebbene il cieco lo getta via, l’unica cosa preziosa che ha, “la getta via”. E se Gesù non l’avesse guarito e la folla andata via, chi gli avrebbe cercato, raccolto e ridato il suo mantello a Bartimeo?
Bartimeo non si alzò ma spiccò un salto per slanciarsi verso una direzione, verso Gesù, guidato dal suo istinto verso chi lo cercava; sono certo che insieme alle gambe, anche il cuore gli sobbalzò nel petto. “Balzò in piedi”. 
Venne da Gesù, Marco dà per scontato che Bartimeo con quello slancio è già di fronte a Gesù, Lo sguardo non è identico, mentre Gesù avvolge col suo l’amato cieco, Bartimeo aspetta ansioso che i suoi occhi possano finalmente vedere il volto, gli occhi di Gesù, vedere l’intensità dell’amore di Gesù, proprio per lui.
Allora Gesù: “Che vuoi che io ti faccia?” Gesù gli pone la domanda scontata, infatti il cieco a lui: “Rabbunì, che io riabbia la vista!”. Altrettanto scontata la risposta di Bartimeo.
Nessun commento se non ammirare l’incontro faccia a faccia tra l’amante e l’amato. Non ci sono parole per esaltare l’incontro, solo chiudere i nostri occhi ed immaginare la forza, la potenza, l’energia del momento: Gesù è impaziente: “Chiamatelo d’avvolgere col suo amore Bartimeo, l’amato e l’altro impaziente di vedere con i suoi occhi il Nazareno, il Figlio di Davide, Gesù il Salvatore.
Marco ancora sintetico ma avvolgente, perché non ci dice solo che Gesù ridona la vista al cieco ma ci dice che Gesù amò Bartimeo, come l’amore sa fare, dare tutto fino al donarsi per amore: “”E Gesù gli disse: “Và, la tua fede ti ha salvato”.
Gesù allora oltre alla vista, oltre e guarirlo ha rassicurato Bartimeo che è stato sanato non solo fisicamente ma salvato, l’ha mondato pure da ogni suo peccato.
Cosa poteva fare Bartimeo se non seguire Gesù. Allora: “Prese a seguirlo per la strada”.  
Vorrei essere col cieco, nel cieco e gridarti: “Figlio di Davide, Gesù abbi pietà di me” e con lui: “gettare il mantello, balzare in piedi, venire a te per sentire l’intensità del tuo infinito amore e sentirmi dire: “Va, la tua fede ti ha salvato”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          


giovedì 29 novembre 2018

La Samaritana
Gv  4, 1-42
 
  Una delle più belle pagine del vangelo di Giovanni e del Nuovo Testamento.
  Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana, può essere compreso e goduto soltanto se lo si situa nel contesto storico e religioso che l’ha ispirato.
  Lo sfondo geografico dell’episodio è la Samaria, tra la Giudea e la Galilea, e più precisamente la città di Sicar, presso il cosiddetto “pozzo di Giacobbe” (vv. 5-6).     Gesù deve necessariamente attraversare quel territorio, perché si sta recando in Galilea, la sua terra, dopo aver sentito notizie poco rassicuranti (vv. 1-3). Stanco del viaggio, Gesù ha bisogno di bere e ne chiede a una donna samaritana che viene ad attingere all’antico pozzo del patriarca Giacobbe.      
  La prima anomalia nell’incontro è comprensibile proprio nel quadro dell’ormai secolare dissidio che esisteva tra la popolazione giudaica e quella di Samaria. Quest’ultima addirittura custodiva una sua Torà (= il pentateuco) distinta da quella diffusa tra i Giudei. Il dissidio era insanabile e carico di disprezzo reciproco. E tuttavia Gesù rivolge la parola alla samaritana, provocando in lei un comprensibile stupore (vv. 7-9). Via via che il dialogo si snoda, Gesù porta la donna dal piano della contingenza storica e fisica a quella del mistero rappresentato dalla persona di Cristo.
 Egli è l’uomo che chiedendo acqua per dissetarsi, è capace di offrire a sua volta un’acqua che non si esaurirà mai e che creerà vita eterna (Gv 4,10-14).      
  L’evangelista Giovanni, ci fa fare lo stesso percorso della samaritana sulla strada che la conduce a comprendere e riconoscere la verità di Cristo. Le risposte che Gesù costruisce per la samaritana, come una serie di scalini verso la sua rivelazione (v. 26), si basano tutte su concezioni bibliche o giudaiche (Gesù riconosciuto come profeta, l’attesa del Messia, il luogo legittimo per l’adorazione di Dio: Garizim o Gerusalemme), sulla base delle quali la donna risponde a sua volta e chiede, salendo con il suo maestro verso l’alto.      
  Studio delle Scritture, gradualità e dialogo sono gli ingredienti necessari per percorrere la strada verso la verità. Le Scritture ebraiche sono il codice comune di Gesù e della samaritana, e, proprio per questo, anche il nostro; la gradualità e il dialogo sono il rispetto della qualità umana del cammino.
  La prima verità da rispettare in questo caso è la persona umana, così com’è, con le sue capacità, la sua cultura, le sue istanze e i suoi spazi d’ombra. Gesù è il modello di comportamento. Anche questo brano evangelico ci fa capire che la fede in Cristo per noi cristiani non si acquisisce o custodisce nella contrapposizione ebraismo-cristianesimo, bensì nell’incontro e nell’accettazione di Gesù Cristo.
  Perfino la situazione matrimoniale “irregolare” (vv 16-18) della samaritana non diviene oggetto di condanna da parte di Gesù, bensì occasione di salire ancora di un gradino verso la salvezza di se stessa, attraverso la conoscenza della verità che è il Cristo.  Il dialogo si fa più intenso e porta la samaritana ad una prima accettazione di Gesù, perciò (v 19)  la donna: “Signore, vedo che sei un profeta ….”.
  Ancora una contesa teologica che contrappone la samaritana al giudeo (vv 20-24).
Qui la samaritana dimostra la conoscenza della propria Torà, quella donna, con la sua poca cultura, duemila anni fa, conosceva le scrittura che parlano di Dio, di come, dove e a chi pregare, conosce chi dovrà venire per rivelare tutta la verità.
  Oggi pochi cristiani conoscono appena qualcosa di Dio, di Gesù, pochissimi hanno letto interamente un vangelo. Quello di Marco è composto di poche paginette.
Quella samaritana invece conosce e perciò può affermare (v 25):
So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando verrà ci annunzierà ogni cosa”
  Le disse Gesù:  (v 26) “Sono Io, che ti parlo.”
Improvvisa e frastornante autodichiarazione, fatta ad una donna, straniera, per giunta una prostituta.
  In tutte le religioni è l’uomo che cerca il suo Dio, solo nella religione ebraica-cristiana è Dio che cerca l’uomo, è l’Amore che cerca l’amato.
  In questo brano evangelico è più che esplicita tale ricerca.
  Solo dopo che Gesù si è rivelato alla samaritana i discepoli, che erano andati fare delle provviste “giunsero” e perciò lo pregavano: ”Rabbì mangia” ma lui si rifiutò          Giovanni ci ricorda che attraversando la Samaria vicino la città Sicar (v 6) “qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. (v 7) Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua …”.      Gesù proprio lei aspettava. Giovanni non ci dice il nome della donna ma ci induce a capire che voleva incontrare quella donna, da solo. Gesù, seduto presso il pozzo, aspettava quella donna con la brocca; due persone con due obbiettivi diversi: la samaritana, come al solito, era lì per attingere acqua, Gesù era lì per incontrare lei.
  Giovanni ci fa vivere l’incontro dell’amore con l’amata con tutte le complicanze e tensioni che comporta il rapporto amoroso, ma l’amore vince tanto da rendere la samaritana gioiosa e felice ma stordita: “La donna lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: <Venite a vedere un uomo che mi ha detto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?> . uscirono dalla città e andarono da Lui”.(vv 28-30)
  La samaritana ha trovato il tesoro, la perla preziosa e anziché custodirla corre a comunicare l’accaduto alla sua gente. Sì intontita perché pur avendo sentito con le sue orecchie e dalle labbra del Messia: “Sono Io che ti parlo”, vuole la conferma della sua gente.
  “Molti samaritani cedettero in Lui per le parole della donna … E quando i samaritani giunsero da Lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed Egli vi rimase due giorni. Molti di più cedettero per la sua parola e dicevano alla donna: <Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che Questi è veramente il salvatore del mondo>(vv 39-42)
  Gesù in terra straniera trova accoglienza, incontra gente assetata di Parole di Dio; i samaritani sono andati a trovare Gesù forse per curiosità ma avendolo conosciuto e ascoltate le sue parole hanno creduto tanto da dire alla samaritana e a noi:
“Questi è veramente il salvatore del mondo”.
  I samaritani udirono e seppero; noi possiamo leggere le sue parole e pregando possiamo colloquiare con lui.
  E’ necessario leggere le parole di Gesù: “L’ignoranza della Parola è ignoranza di Cristo”, dal prologo al commento del Profeta Isaia di San Girolamo.
  “Sono venuto solo per dirti, Signore, quanto sono felice da quando ti ho incontrato e mi hai liberato dai miei peccati … non so molto bene come pregare, però penso a te tutti i giorni .. Beh, Gesù … qui c’è Jim a rapporto !”      Preghiera del vecchio Jim
Da oggi, ogni giorno, non possiamo perdere l’opportunità di dire a Gesù:
“Gesù io sono qui a rapporto!”