venerdì 27 febbraio 2015

TUTTI GLI ADERENTI AI GRUPPO DEL RNS

TUTTI GLI ADERENTI AI GRUPPI DEL R N S

tra l’altro, devono conoscere e trasmettere

In occasione della convocazione dei Diocesani della Calabria,  di fine di settembre 2014, presieduta dal Coordinatore Nazionale Mario Landi, dopo ampia ed esaustiva comunicazione e dopo aver ribadito l’attualità dei documenti che gli avevo consegnato, mi ha invitato ad intervenire.
Il mio intervento è stato breve e lapidario: “Avete mai amato fortemente profondamente qualcuno o qualcosa? L’amore è intensità, è sangue che scorre nelle vene, è dolore, è passione, è sacrificio, se non amate questa Corrente di Grazia, che è il Rinnovamento, con lo stesso ardore che avete amato intensamente qualcuno, ancora non lo conoscete e pertanto non lo potete amare”.  
Conclusa l’assemblea ho ricordato a Mario di sollecitare a Luciana e Salvatore la pubblicazione delle “Memorie di un Testimone” realizzato su richiesta di Marcella Reni, arrivata tardi, per darle la possibilità di appropriarsi della Genesi e della vita del Rinnovamento dalle sue origini in Italia.
Se queste memorie sono stati utili a Marcella penso che siano altrettanti necessari ad altri fratelli che, come lei o più tardi di lei, hanno aderito al RnS.  
         Considerato che nei nuovi rinnovi degli organi pastorali si auspica l’inserimento di giovani, ho ribadito a Mario di vigilare affinché non si ripeta l’inserimento di elementi impreparati, come nel ’94 con conseguenze inopportune.

Sarebbe pertanto opportuno, acquisito il concetto della collegialità degli organi pastorali, provvedere ad un accompagnamento degli eletti, e perché no anche dei fratelli dei gruppi: istruirli nella conoscenza e farli innamorare della nostra Corrente di Grazia e dei Documenti di Malinas.
Queste due espressioni ci sono state ricordate dal Santo Padre Francesco nello Stadio Olimpico di Roma.
Alle origini, come nell’America del ’67, il Leader era il riferimento ma ogni cosa era condotta dall’equipe, con compiti singoli ma insieme condivisi.

Come la Chiesa poggia sulle sue origini e sulle sue tradizioni
che è necessario conoscere
Così il RnS deve rifarsi alle sue orgini e alla sua storia
ch’è necessario conoscere

Perciò, parafrasando Paolo in Rom 10,14-15:
“È come potranno credere, senza averne sentito parlare?
 E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?”
Aggiungo: E come potranno parlarne se non conoscono?
Tutti dobbiamo conoscere e gli anziani comunicare se conoscono.

Il RnS è una corrente di grazia
E’ una corrente di grazia … E’ una sorpresa dello Spirito Santo … E’ ricominciare a vivere una vita nuova d’intimità con Dio sotto la guida dello Spirito Santo.
La spiritualità del RnS è nettamente orientata verso Gesù e che è vissuta sperimentalmente come una relazione intima e personale. Il Cristo ”Colui che battezza nello Spirito”, è posto in primo piano. Una intimità di persona a persona si sviluppa in un incontro dove Gesù stesso prende l’iniziativa del dialogo e della chiamata e invita alla reciprocità. Spesso sarà come una scoperta del Cristianesimo, non più come un’ideologia, ma come l’incontro con la persona viva di Gesù, divenuto la più realtà della realtà, Gesù riconosciuto come Salvatore, Maestro, Pastore, Via, Verità, Vita, Alfa e Omega, tanto per se stesso che per il mondo. E’ da notare che il Gesù che sta al centro del Rinnovamento è quello della nostra fede …”
(p. 94 “Lo Spirito Santo nostra speranza” di L. J. Suenens)
L’esperienza della conversione sussiste e si realizza in una sorta di relazione particolare con Dio. Ciò si manifesta nel fatto che “il senso della presenza di Dio nella propria vita” è il principale beneficio rivendicato dai membri del Rinnovamento Carismatico.”   ( p.82 “I Carismatici Cattolici” di Joseph Ficher.)       

Perciò il Rinnovamento che cos’è se non una esperienza di fede?
E’ una “ Vivance “, cioè un modo di vivere, conforme ad una regola di fede.
La regola di fede è costituita dalla dottrina cattolica sul Battesimo: la nuova creatura nascendo partecipa alla vita trinitaria ad opera dello Spirito Santo.
Per cui nel Rinnovamento c’è la riscoperta, in età matura, del Battesimo ricevuto nell’infanzia e spesso non vissuto coerentemente.

Giovanni XXIII e il Card. Suenens
Giovanni XXIIl diede il primo annunzio della convocazione del Concilio Ecumenico  Vaticano II, il 25 gennaio 1959, e, dopo un’attenta preparazione, il Concilio si aprì con una solenne cerimonia l’11 febbraio 1962.
Egli, inaugurandolo, fra l’altro disse: “Fu nostro proposito, nell’indire questa grandissima assemblea, riaffermare il magistero ecclesiastico (A.A.S., 1962, p. 786). Ciò che più importa al Concilio, egli continuava, è questo: Che il Sacro deposito della Dottrina Cristiana sia più efficacemente custodito ed esposto (ib., p. 790)”.
La cerimonia di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II fu celebrata l’8 dicembre 1965 dal nuovo Pontefice Paolo VI che ebbe il gravoso compito di avviare la sua applicazione.

Giovanni XXIII per il Vaticano II consegnò al Card. Suenens due schemi chiavi che divennero Lumen Gentium e Gaudium et Spes.
In quella veste, in uno dei suoi poderosi interventi sul ruolo attuale dei carismi nella Chiesa, riscontrò attenzione ed interesse, ma anche una forte opposizione.
Il Card. Suenens dovette affrontare con energia e certezza profetica precisamente il Card. Ruffini il quale presentava i carismi come una faccenda del passato.
(AA.VV. Il rinnovamento Carismatico – Intervista di Renè Laurentin al Card L.J.Suenens pp. 95/104.
Gravissima questa opposizione di Ruffini anche perché non tenne conto di quanto era accaduto, agli inizi del 1900 nella Chiesa Cattolica con Elena Guerra e nella Chiesa Pentecostale con Charles Pahram.

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[Elena Guerra, un’umile suora di Lucca, apostola della devozione alla Spirito Santo, scrisse 12 lettere di fuoco al Papa Leone XIII perché riportasse la Chiesa al clima ardente della Pentecoste. LeoneXIII emanò il 05giugno 1895 il Breve: ”Provida Matris Charitate” (obbligatorietà della Novena allo Spirito Santo); il 09 maggio 1897 pubblicò L’Enciclica: “Divinum illud munus” (una -summa teologia- sullo Spirito Santo); il 18 aprile 1902 una lettera ai Vescovi: “Ad fovendum in Cristiano populo” (in cui ricordava l’importanza e obbligatorietà dei documenti precedenti).
(cf: “L’ora dello Spirito Santo” di Serafino Falvo pag,31).   
Charles Pahram aprì una scuola biblica Topeka in Kansas.
“decise che doveva fare qualcosa per la sua vita religiosa.  Aveva letto il libro degli Atti e le lettere dell’apostolo Paolo, paragonando la debolezza che trovava nel suo ministero con la potenza lì riflessa. Dove erano i suoi convertiti? Dove erano i suoi miracoli? Le sue guarigioni? Sicuramente, disse a se stesso, i Cristiani del primo secolo avevano un segreto che egli e la sua Chiesa non possedevano più”.
Nell’Ottobre del 1900, Parham determinò di cercare e di trovare quel segreto.
Era complesso il suo programma, perciò aprì una scuola Biblica senza obbligo di contributi, ma ognuno contribuiva con propri servigi, come poteva.
(cf “Essi parlano altre lingue” di J. Sherrill  pag. 34..)
Nel 1905 Pahram aprì un’altra scuola a Topeka nel Kansas e un’altra a Houston nel Texsas.  In quest’ultima partecipò uno studente che divenne un’altra figura chiave nella storia dei Pentecostali: W.J. Seymour, pastore negro, che portò il messaggio pentecostale in California in uno dei più famosi indirizzi nella storia Pentecostale; 312 Azusa Street di Los Angeles.

Il filo conduttore unico: Elena Guerra avvertì che la Chiesa aveva perso il clima ardente della Pentecoste; Charles Pahram confrontava la debolezza della sua Chiesa con la Potenza del primo secolo: questo raffronto resta costante fino a quando la Chiesa riacquista il clima della Pentecoste.

Lo ritroveremo ancora dopo gli anni 50/60:
Nel protestantesimo, quando tutte le Chiese Protestanti vogliono vivere il tempo della Pentecoste: Herald Bredesen: “Gli sembrava che la sua vita religiosa non avesse    vitalità, specialmente quando paragonava le sue esperienze con quelle dei primi Cristiani. Vi era uno zelo, una sorgente di vita nella Chiesa primitiva! La Chiesa oggi, nella sua quasi totalità, ha perduto questo. Voi lo avvertite, (rivolgendosi a Sherrill) ne sono sicuro. Dove sono le vite cambiate? Dove sono le guarigioni? Dov’è la fede per la quale gli uomini sono disposti a morire? (cf: “Essi parlano altre lingue” di J. Sherrill p. 17)
Nella Chiesa Cattolica a cominciare da Duquesne: Alcuni laici, professori e studenti, impegnati in attività liturgiche, spirituali e di apostolato, constatavano il risultato piuttosto deludente dei loro sforzi. Leggevano gli atti gli Apostoli e riflettevano sulle meravigliose esperienze dei Pentecostali descritte nei due libri: “La croce e il pugnale” di David WilKenson  ed “Essi parlano altre lingue”  John Sherrill.   
Finalmente il 17 febbraio 1967, in quel Week-end di preghiera: “Esperimentarono tutti una profonda trasformazione interiore, una presenza viva del Signore in se stessi, un nuovo rapporto con il Signore e con i fratelli e maggior coraggio e franchezza nel dare testimonianza alla loro fede”
(cf: “I gruppi di Rinnovamento Carismatico” di S. Rinaudo p. 17/18)]
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Il Card. Suenens già nel 1973, che aveva aderito al Rinnovamento Carismatico e ne era diventato un ardente promotore, in occasione della Pentecoste, scriveva nella sua Lettera Pastorale: “È lecito ritenere, guardando al Vaticano II, a dieci anni di distanza, che il Concilio, affermando la propria fede nei carismi, ha compiuto un gesto profetico e ha preparato i cristiani di oggi ad accogliere il Rinnovamento Carismatico, che sta acquistando, sotto i nostri occhi, un’ampiezza sorprendente nei cinque continenti.
In questa lettera pastorale che è riportata nel documento (V. 85/Riscoprire lo Spirito Santo- Maestri della fede) battezzò il RCC “Corrente di grazia”: Una volta a pag. 8. due volte a pag. 9 e a pag. 10 lo definisce: “Rinnovamento Spirituale” (espressione ripresa da Paolo VI nel ‘75). A pag. 10 primo capoverso: “Crediamo di fronte a Dio che si tratta di scelta per la Chiesa Post Conciliare” 

Il Card. Suenens e il RCC
Nel 1973 il RCC approdò a Roma - 1° Conferenza Internazionale Animatori – riunì i delegati di 34 paesi. Il 10 ottobre ’73 Paolo VI  indirizzò la sua parola ai responsabili del mondo del RCC, si rallegrò con essi del Rinnovamento Spirituale che suscitava tante speranze e nel quale si poteva riconoscere l’opera misteriosa e discreta dello Spirito Santo.

A Pentecoste del 1975, in occasione del 3° Congresso Internazionale il RCC mondiale di nuovo a Roma, migliaia di aderenti, nella Basilica di S. Pietro. In quell’occasione Paolo VI : “La Chiesa e il mondo hanno bisogno più che mai che il prodigio di Pentecoste continui nella storia … In questo mondo sempre più secolarizzato, nulla è più necessario della testimonianza di questo - Rinnovamento Spirituale - che vediamo suscitare dallo Spirito Santo oggi nelle regioni e negli ambienti più diversi … Come potrebbe questo Rinnovamento Spirituale non essere una (chance) speranza per la Chiesa e per il mondo? E in questo caso come sarebbe possibile non usare tutti i mezzi affinché continui ad esserlo? “
Al termine dell’udienza, mentre scendeva i gradini dell’altare strinse le mani del Card. Suenens e gli disse: “La ringrazio, non in nome mio, ma in nome di Gesù Cristo, per ciò che Lei ha fatto e fa per il RCC nel mondo e per ciò che Lei                  farà in futuro per assicurare e mantenere il suo posto nel cuore della Chiesa nella linea dell’insegnamento dato (da “I Gruppi di RC” – Spirito Rinaudo -.p. 24)   

Il Cardinale Suenens - Vescovo di Malinas - Documenti di Malinas n°1 
L’esigenza di un criterio per giudicare l’autenticità, unita all’esigenza di dare contenuto dottrinale a questa “Esperienza” si affacciò sin dagli inizi del Rinnovamento, presso i cattolici.
Per venire incontro a tutti quelli che dovevano esprimere dei giudizi o prendere posizioni rispetto al Rinnovamento, il Card. Suenens riunì a Malinas, in Belgio, dal 21 al 26 maggio 1974, un piccolo gruppo di studio internazionale di teologi ed animatori laici. Questi formularono orientamenti teologici e pastorali nel: “Documento di Malinas n°1” che sottoposero ad un gruppo di teologi tra cui il Card. Joseph Ratzinger e il Card. Yves Congar (autore delle trilogia”Credo nello Spirito Santo)
Di questo tipo di spiritualità, basata non su una nozione concettuale di Dio, del suo amore, di Cristo, del Vangelo, ma sulla “esperienza” di questa realtà, su questa “vivance” o esperienza e manifestazione di vita, vita coerente al Battesimo ed alla Cresima, parlano i primi che hanno fatto l’esperienza dello Spirito a Pittsbourg e gli autori che hanno descritto quei fenomeni: K e D. Ranagan- “Il ritorno dello Spirito”; W. Smet sj “Pentecostalismo Cattolico; René Laurentin “Il Movimento Carismatico nelle Chiesa Cattolica”; 

I Leader da Pittsbourg a Bruxelles
Nel 1976 l’Ufficio Internazionale di Servizio del RCC si trasferì dall’America in Belgio, perciò Ralph Martin e Steve Clark, Leaders del Movimento, decisero di stabilirsi per un triennio in Belgio per essere più vicino al Card. Suenens, allora Consigliere Episcopale dell’Ufficio Internazionale di Comunicazioni    

Frattanto la Gerarchia meditava, infine espresse un giudizio, attraverso il suo organo ufficiale:  la C.E.I., nella sessione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale, svoltasi dal 21 al 23 marzo 1977. S.E. Mons. Girolamo Hamer, segretario della Sacra congregazione per la Dottrina della Fede, invitato ad uno scambio di idee circa i Movimenti carismatici attuali, presentò una relazione negativa, mirabile per la forza di analisi, per la individuazione dei punti principali (ruolo dei pastori e Vescovi, aspetti positivi, rischi) e per le raccomandazioni di come proteggersi dai pericoli. Il promemoria di Mons. Hamer, (pubblicato come supplemento n° 2 al Notiziario della C.E.I. nel settembre 1977),  si ferma però al 21 settembre 1973 (come è specificato a p. 24); cioè ad un’epoca anteriore alla diffusione di tale realtà ecclesiale in Italia. Il documento si dilunga sull’elitismo fondato sul Battesimo nello Spirito, sul Liderismo, ecc.. Questo giudizio pose un interrogativo serio per il Rinnovamento in Italia, la sua conclusione: “Non si dovrebbe dare al Rinnovamento un carattere di ufficialità” (pag. 27), potrebbe forse spiegare, almeno in parte, l’atteggiamento cauto della Gerarchia nei riguardi del Rinnovamento.
(da 1° volume pagg. 36/37 de: “Il Vero Volto Del RnS in Italia” di don Dino Foglio)       
La Chiesa era attenta!
Per quanto riguarda l’Italia, in occasione della 1° Conferenza Nazionale dei Responsabile dei Gruppi, celebrata a Milano Marittima dal 22 al 25 aprile 1977, in cui si elesse il Primo Comitato Nazionale, la C.E.I. dispose la presenza di un osservatore nella persona di Mons.  Baldini, Vicario dell’Ufficio Pastorale della Curia di Ravenna e Cervia, che fotografò un’immagine equilibrata e composta di quella assemblea di Milano M.. Inoltre la presenza costante di p. Domenico Grasso in ogni nostro atto pubblico e privato, garantirono la gerarchia sull’ortodossia del RnS in Italia; anche perché la differenza di maturazione dei partecipanti alle assemblee di preghiera dei componenti il RnS fu stimmatizzata nelle precisazioni di P. Domenico Grasso, pubblicate sul libretto del Congresso del Centro - Nord –  Brescia  24/26 Giugno 1977 : “ Da Triuggio a Milano Marittima” (p. 11/13).   3) .

Così come il Card. Suenens convocò un gruppo di studio, anche per il Rinnovamento Italiano  se ne avvertì l’esigenza. Pertanto, sin dagli inizi del 1977 fu insediata una commissione teologica che già in occasione della 1° Conferenza di Milano M. propose la cancellazione dal nome ufficiale del Rinnovamento l’aggettivo “Carismatico” sostituendolo con “Rinnovamento nello Spirito”: espressione cara al Card. Suenens, ribadita nella famosa intervista resa a René Laurentin. Il Card. Suenens allora sostenne: “Accetto Movimento Carismatico, a patto che sia chiaro che non si tratta in alcun modo di monopolizzazione dei carismi; e preferisco: Rinnovamento nello Spirito” (AA.VV. Il Rinnovamento Carismatico pag. 98)

La Santa Sede era impaziente di ricevere dal Rinnovamento Mondiale e Nazionale una traccia che indicasse la fisionomia del Rinnovamento.   
Per il RCC il Presidente Tom Forrest nell’udienza dell’11 dicembre 1979 consegnò al Pontefice solo una bozza di “carta d’identità”.
(vedi 2° volume p. 166 nota in calce alla pagina de : “Il vero volto del RnS in Italia” di don Dino Foglio)
Il Documento del nostro  “Profilo del Rinnovamento nello Spirito” fu pubblicato e diramato da don Dino Foglio il 23 gennaio 1980.
(vedi 2° volume pagg. 167/188 de: “Il Vero Volto Del RnS in Italia di don Dino Foglio)  

La gioia delle origini
La gioia di riscoprire che il RnS è un popolo di salvati, che non si stanca di gridare con la vita: Gesù è il Signore!  Perché noi siamo un popolo CRISTOCENTRICO.
La gioia delle origini, il canto in lingua dei primi tempi hanno un segreto: L’abbandono del cuore – vera sapienza dello Spirito – la gioia interiore sempre e comunque.
Tutto era occasione di grazia: in ogni avvenimento si diceva Alleluja
Qualunque cosa - a imitazione di quanto ricordato da Paolo ai Corinzi (Cor 10,31) - veniva fatto per il Signore: Fare tutto per il Signore … Abbiamo bisogno di Ritrovare il volto di Gesù; Risentire la sua voce; Riascoltare la preoccupazioni del suo cuore: “Ricorda come hai accolto la Parola, osservala e ravvediti” (Ap 3,3);    Riassaporare   una nuova effusione dello Spirito. Un nuovo incontro con Dio.

David Morgan, uno dei partecipanti al celebre Week-end di preghiera del 17 febbraio 1967, confessa: ”Cristo era tanto realmente presente da sentirlo al mio fianco … Durante la mia preghiera era come se intendessi un altro pregare nel profondo di me stesso”  
Egli lo chiamò: un incontro con Cristo, un incontro col mio Dio.

Simile a questo dev’essere il nostro rapporto con Gesù, solo allora
saremo credibili quando diremo ai nostri fratelli: “Dio ti Ama”.

Quando negli Atti degli Apostoli leggiamo che quelli che ascoltavano la predicazione di Pietro “si sentirono trafiggere il cuore” (At 2,37), l’autore ha voluto significare che ne erano presi in tutto il loro essere. Quando similmente sentiremo il nostro cuore trafitto per il sacrificio salvifico di Gesù per noi?     

Don Dino ricordando gli inizi del RnS o Rinnovamento Pentecostale, come preferiva chiamarlo il Card Suenens, durante la XXV Conferenza Animatori di Fiuggi affermò:Il traguardo raggiunto è frutto di un impegno serio e responsabile che ci ha fatto gradualmente superare prevenzioni, ostilità, incomprensioni e, anche inevitabili crisi. Riconoscenti verso tutti coloro che ci hanno preceduti, TORNIAMO ALLE ORIGINI. Siamo consapevoli delle nostre responsabilità di fronte allo Spirito che ci ha chiamati e alla Chiesa che ha preso atto di questo meraviglioso progetto del Rinnovamento, frutto del Concilio Vaticano II.

Perciò non è forse urgente RITORNARE alle “ORIGINI”, caratterizzate da stupore travolgente, dal presagio di un popolo nuovo, di un’era nuova inserita nell’oggi di Dio?
RITORNIAMO alla preghiera carismatica, preghiera celebrata, partecipata, ricca di fede, di carismi, di gioia spontanea e entusiasmo, animata da sobria Parola di Dio”!  ( No alla preghiera stantia e ripetitiva)

Oggi anche io tanto vi ripropongo!

Mentre voglio anch’io salutarvi con lo stesso saluto fatto al Rinnovamento dal Cardinale Suenens.

Il Card. Suenens e il suo saluto

 “Voi lo sapete meglio di me: noi siamo nell’oscurità ma allo stesso tempo ci sono le stelle e c’è il sole; e se c’è il sole Voi siete “Figli del sole”.
Questo è il mio augurio per voi: restate, dovunque voi siate, figli e figlie della luce di Gesù. Portatela al mondo per un altro secolo; voi non avete terminato il vostro lavoro.
Grazie per la vostra fede, grazie per la vostra speranza e grazie per il vostro amore.
Ed ora un vecchio vescovo vi benedice diecimila volte.”


OGNI AVVENIMENTO OGNI CIRCOSTANZA OGNI PERSONA CITATI IN QUESTA SINTESI DOVREBBERO ESSERE RACCONTATE STUDIATE E MEDITATE PER UNA MAGGIORE NOSTRA CRESCITA DI MENTE E DI CUORE   


   

IMITARE GESU' - PER PASSIONE

IMITARE GESÙ  -  PER PASSIONE

L’uomo, creato da Dio, riuscirà mai ad imitare Gesù?
(dal cap. 17 di Giovanni a Matteo 26,51)

La preghiera di Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 17: ””… alzati gli occhi al cielo, disse:“Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te..”(1)
“Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (3)
        
Gesù sta per essere preso, strattonato, schiaffeggiato, sputato, percosso, flagellato, condannato a morte, inchiodato sulla croce, ma innalzato sul Golgata per essere da tutti guardato:“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37)
         Durante questo dolcissimo colloquio con il Padre, Gesù prega, non prega per se stesso, prega per me, affida al Padre me. Si è vero lo amo, lo riconosco mio personale salvatore, ma ancora sono indegno di Lui; come i suoi contemporanei lo tradisco, lo amo meno di qualche altra cosa che prediligo, nonostante tutto Lui prega per me, dice al Padre perfino che io sono suo, per farmi amare col suo amore paterno.
“Io prego per loro; non  prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi”, (9)

Non è ancora contento, desidera non staccarsi nemmeno per un momento da me, sono suo, mentr’io ancora gli sfuggo, Lui chieda al Padre di custodirmi affinché io possa essere “impastato” con loro e in loro, come Lui e il Padre sono una cosa sola, possa anch’io essere una cosa sola con loro:
“Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, che siano una cosa sola come noi”. (11b)

Gesù conclude il colloquio con il Padre senza chiedere nulla per se, ma tutto per noi:
“ … perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”. (26b)

Gesù dimentico delle inumane sofferenza che dovrà patire, prega il Padre per me, io ho mai il desiderio di pregare per altri, come fa Lui per me? Forse prego per me stesso, per i miei cari, ma mi prendo cura del mio prossimo. 
Quante volte dico di amare Gesù, ma quando riuscirò ad imitarlo, quando saprò amarlo più di quanto amo me stesso e le cose che io amo?
Dobbiamo non solo dire che lo amiamo, ma amare ciò che Lui ama con la stessa intensità che Lui ama me; il suo amore per me è certo: ha dato la sua vita per me, per mondarmi di ogni peccato, per costituirmi Suo fratello e figlio di suo Padre.
Come imitarlo?

Il Giovedì Santo.

“… Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocefisso”.
Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire”. ( Mt 26, 1-4)
Gesù sta per compiere qualcosa d’immenso, sta per donare se stesso, donare il suo corpo per essere vituperato fino alla morte di croce per riscattare la sua creatura.
Chi, forse io sarei capace o avere la forza di offrire il mio corpo per essere flagellato e poi inchiodato su una croce; al solo pensiero tremo!
Solo Papa Francesco ne sarebbe capace, lui che ha innata la passione per l’uomo, lui che sente il bisogno di andargli incontro per abbracciarlo e soccorrerlo; quasi vorrebbe spingere fisicamente ogni uomo a cercare l’altro, il più bisognoso.
Il 27 marzo 2013, durante l’udienza generale del mercoledì, una sua espressione m’ha trafitto il cuore:
“Uscite, andate incontro all’uomo, anche Dio è uscito da se stesso per incontrare ognuno di noi”.
Un’espressione, se vogliamo ovvia: “E il Verbo  si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria di unigenito del Padre”. (Gv 1,14)
Ma quelle parole uscite spontaneamente dalle sue labbra, contestualmente generate dal suo cuore e dalla sua mente, hanno avuto un sapore nuovo, hanno saputo suonare le corde del mio cuore e chi sa di quanti altri cuori.
[Gesù tante volte era sfuggito alla sua cattura, l’ultima volta fu durante la festa della Dedicazione (1) che si celebra per un’intera settimana in dicembre.
“Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: … Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente. Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, questa mi danno testimonianze; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono. … Io e il Padre siamo una cosa sola”. (Gv 10,22-30)     
Allora i Giudei portarono delle pietre per lapidarlo e quando Gesù concluse dicendo: “ Il Padre è in me e io nel Padre”, cercarono di afferrarlo, ma egli gli sfuggi dalle mani.  
Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò.]
Due breve osservazioni:
1)-A proposito delle pecore, Papa Francesco ha affermato: com’è bello l’odore delle pecore; quante volte anziché di cercarle io ho cambiato strada per non incontrarle?

(1)     “La Festa della Dedicazione” – Tale festa ricordava la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme dopo la profanazione  causata da Antiaco IV Epifane con l’introduzione nel Tempio di una statua di Giove Capitolino.
2)-Quand’era ancora al di là del Giordano, Gesù seppe che Lazzaro era gravemente ammalato; si trattenne due giorni.
“Poi disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!” I discepoli gli dissero: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo? … Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: Andiamo anche noi a morire con Lui”. ( Gv 11,7-8; 16) 
         Tommaso è famoso per la sua incredulità, in questa occasione è stato l’unico capace di affermare di accompagnare Gesù, anche se doveva sfidare la morte.
         Quanti di noi avremmo saputo dare un tale conforto a Gesù?


Fine del ministero pubblico e preliminari dell’ultima Pasqua.

“Il primo giorno degli Azzimi (2), i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: - Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la Pasqua? –” (Mt 26,17)  

“Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”” (Mt 26,20-21)

L’Evangelista Matteo annota che tutti furono addolorati profondamente, se tanto è vero immaginiamo per un momento lo sconforto il dolore di Gesù sapendo che uno dei suoi stava per tradirlo.
“Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.” 
Solo Gesù ha saputo registrare e tacere, come farà fino alla morte di croce e come possiamo contemplare nella profezia di Isaia, capitolo 53 : ”Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire … si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori … è stato trafitto per i nostri delitti, … per le sue piaghe siamo stati guariti, … come agnello condotto al macello, …”.
Chi, forse io avrei saputo  essere mansueto come Lui, o mi sarei scagliato con parole e fatti contro di colui che stava per tradirmi?
Ma Lui ci ha insegnato le “Beatitudini”: Beati, beati … beati i perseguitati, perché di essi è il regno dei cieli.      
Infatti molto prima che questi avvenimenti accadessero “Gesù salì sulla montagna” e ci ha ammaestrati per essere forti nelle persecuzioni, ma chi ne ha la forza di resistere agli attacchi dell’ingiustizia, se appena sappiamo resistere alla prevaricazione verbale solo colloquiando con un amico?              
Come fare per imitarlo!?  

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(2)“Azzimi” - Il “primo giorno” della settimana in cui si mangiavano i pani senza lievito; il giorno precedente la pasqua si consumava il “banchetto pasquale”, che comunemente si preparava per la sera di venerdì. I Vangeli Sinottici pongono  la “Cena di Gesù” la sera del giovedì. Si spiega quest’anticipazione voluta da Gesù stesso: non potendo celebrare la pasqua l’indomani, se non nella sua stessa persona sulla croce. (cf Gv 1,29;1 Cor 5,7b)
   

La lavanda dei piedi.

Solo S. Giovanni, al capitolo 13 del suo Vangelo, ci narra questo avvenimento.
Mentre cenavano, Gesù si alzò da tavola, prese un asciugatoio, se lo cinse intorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. “Venne da Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me? Rispose Gesù: quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo. Gli disse Pietro: Non mi laverai mai i piedi! Gli rispose Gesù: Se non ti laverò, non avrai parte con me. Gli disse Pietro: Signore non solo i piedi, ma anche le mani e il capo.” (Gv 13,6-9)
“Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (15)      

Gesù ci ha appena mostrato come amare; quando saprò imitare Gesù?

Istituzione dell’Eucaristia  -  del Sacerdozio  -  della Remissione dei peccati

Gesù, durante “il banchetto pasquale”, dopo aver lavato i piedi agli apostoli, fa ad esse ed a noi tre immensi doni: quello di restare per sempre con noi sotto le specie del pane e del vino; quello di costituire il potere sacerdotale per ripetere il suo sacrificio in eterno; quello di costituire il potere di rimettere i peccati.  
Eucarestia: “Ora mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunciata la benedizione,  lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo e il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati”” (Mt 26,26-28)  
Sacerdozio: “Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; Fate questo in memoria di me(Lc 22,19)  
Gesù celebrando Lui il sacerdozio per la prima volta, dà agli Apostoli il comando di ripeterlo nei secoli: “Fate questo in memoria di me”.
Remissione dei peccati: Insieme al potere di Offrire il Sacrificio, Gesù afferma che il suo sangue è versato in remissione dei peccati; confermando così le sue parole: “Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi”. (Gv 20,22).

Questo preambolo alla sua marte per i nostri peccati è assolutamente inimitabile, semplicemente perché solo Lui ne ha avuto il potere dal Padre per amor nostro.
Ma la Sua compassione per noi è solo ancora all’inizio del Suo doloroso cammino che lo porterà alla Sua passione, alla Sua morte, ma alla Sua Risurrezione per la nostra salvezza e solo per i Suoi meriti, per trascinarci  verso il Padre, e per Lui nostro Padre, meta agognata di salvezza.     



Gesù annuncia due avvenimenti prossimi.

Il Vangelo di Matteo precisa che dopo il banchetto pasquale, Gesù e i suoi si avviano verso il Gethsèmani, era un frantoio per l’estrazione dell’olio, ubicato ai piedi del monte degli Ulivi; in quel posto, quando si recavano a Gerusalemme, Gesù e i suoi solevano passare la notte a riposare in una grotta, rimasta celebre fin dall’antichità.
Su quel luogo nel IV secolo sorse una Basilica, sulle sue rovine, i PP. Francescani la riedificarono nel 1920, in essa si venera la Roccia dell’Agonia di Gesù, proprio sul quel luogo dove dormivano i discepoli. Sullo spiazzo otto annosi e secolari olivi, il maggiore dei quali misura otto metri di circonferenza: restano testimoni dell’agonia di Gesù.
””E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte”.
Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, ma dopo la mia resurrezione, vi precederò in Galilea”” .(Mt 26,30-32)
Gesù sente già l’esperienza dell’abbandono dei suoi al momento in cui Egli dà la prova suprema dell’Amore.
Lo dice senza amarezza, il suo sguardo va più lontano del tradimento e del crollo dei suoi; Egli già annuncia la sua resurrezione e dà ai suoi un nuovo appuntamento in Galilea, li convoca per dare loro coraggio e forza per adempiere al mandato:
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. (Mt 28, 19-20) 
La Passione di Gesù.
L’angoscia al Getsémani.

I Vangeli Sinottici narrano che Gesù e i discepoli uscirono per andare al monte degli Ulivi. Solo l’evangelista Giovanni descrive che quel campo è al di là del torrente Cedron.
Giunti al Getsèmani Gesù, lasciati gli otto discepoli presso la grotta, prese con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. (cf Mc e Mt)
Mai Gesù è apparso più umano che in questo racconto. Il crollo interiore, di fronte alla sofferenza e alla morte imminente non potrebbe essere più profondo. Per tre volte prega, due forti invocazioni: è un grido angoscioso che si unisce a un abbandono senza riserve a Dio. Gesù sopporta questa prova nella più totale solitudine che mai un uomo abbia provato.
Così Gesù affronta l’ultima e dolorosa tappa della sua missione.

E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Abba Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io  voglio, ma ciò che vuoi tu”. Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?”. (Mc 14,36-37)
”Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole.”. (Mt 14,39)
E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta.

Il Vangelo di Luca ci precisa che Gesù si allontanò dai discepoli quasi un tiro di sasso e racconta che quando Gesù grida al Padre la sua preghiera.”Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.” (Lc 22,43-44)       

Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: “Dormite oramai e riposate! Ecco è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’Uomo sarà consegnato in mano ai peccatori: Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina”. ( Mt 26,45-46) 
          
Gesù si lascia arrestare.
  
Mentre ancora così Gesù parlava, ecco arrivare Giuda e con lui una gran folla con spade e bastoni mandati dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.
Il traditore aveva dato loro questo segnale: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. E subito si avvicinò a Gesù e disse:“Salve, Rabbì!”.  E lo baciò. (Mt 26,48-49)
L’Evangelista Giovanni precisa che: Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli,  e, fattosi avanti,  disse loro: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù di Nazaret” e Gesù: “Sono io”. (Gv 18,4-5)
Gesù per la seconda volta riformula la domanda e quindi replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate andare costoro”. (Gv 18,8)
Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù per arrestarlo.
Ma Simon Pietro, continua Giovanni, che aveva una spada, la sguainò e colpì il servo del Sommo Sacerdote e gli staccò l’orecchio destro.
Allora Gesù disse a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero … “. (Gv 18,11)
Il Vangelo di Matteo annota che Gesù: “Toccato l’orecchio [del servo], lo guarì” (Mt 26,51b).
Gesù rimprovera la folla accusandola di essere venuti armata con spade e bastoni per arrestarlo, come contro un brigante; ricordando loro che ogni giorno, insegnava nel Tempio senza che loro avessero mai tentato di arrestarlo.
Consegnatosi, tutti i discepoli, abbandonandolo, fuggirono.

SAPREMO MAI IMITARE GESÙ,
AVREMO MAI LA SUA PASSIONE AMOROSA PER LUI ?

    

giovedì 21 novembre 2013

PROFESSIONE DI FEDE PIETRO E MARTA

PROFESSIONE DI FEDE   DI PIETRO E DI MARTA
                          Cesarea di Filippo - a nord   -  d’Israele -     a sud - Betania
                  Pietro Vangelo di Matteo   -  Marta Vangelo di Giovanni
13/01/13
Come le due estremità  territoriali vogliono  circoscrivere Israele
Così il primo e l’ultimo Vangelo vogliono stringere in esso la professione di fede
PIETRO
Il Vangelo dell’Apostolo Matteo al capitolo 16 versetti 13-20 narra l’episodio della professione di fede di Pietro, avvenuta nella regione di Cesarea di Filippo.
Gesù chiese ai suoi discepoli: ”La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”
Risposero: “Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”.
Dalle comunicazioni che gli apostoli riferiscono a Gesù si evince che la percezione da parte dei Giudei era variegata e perciò imprecisa; la nomenclatura riportata evocava tutti individui che appartengono al passato; nessuno ha compreso la novità portata da Gesù. Nemmeno i suoi discepoli.
Disse loro. “Voi chi dite che io sia?”.
La domanda è rivolta a tutti come per dire: ma voi avete capito qualcosa, voi chi dite che io sia?
Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
E’ necessario precisare che, alla confessione della messianicità di Gesù (tu sei il Cristo) riportata anche da Marco e Luca, Matteo  aggiunge quella della Figliolanza Divina, già proclamata in  Matteo già nel versetto 14,33, quando  Gesù cammina sulla acque e Pietro con Lui: quelli che erano sulla barca si prostrarono esclamando:
Tu sei veramente il Figlio di Dio”.
Ma la risposta di Pietro ora si completa sopratutto perché lo riconosce anche: Figlio del Dio Vivente

Il grande equivoco che si faceva nei confronti di Gesù è che Gesù veniva riconosciuto come : “Figlio di Davide”.
Per figlio, nella cultura ebraica non s’intendeva nato da qualcuno, ma colui che assomiglia al padre nel comportamento. Allora, gli ebrei attendevano un Messia figlio di Davide, Cioè un messia come Davide.  
Perché Davide? Davide è stato l’unico re che è riuscito a radunare tutte e dodici tribù e ha inaugurato il Regno d’Israele.
Samuele resisterà ai confini ricevuti da Davide e poi ci sarà la scissione.
Quindi la gente aspettava la rivincita: il Messia deve essere come Davide, cioè uno che attraverso la violenza inauguri il nuovo Regno d’Israele.
Ebbene, Simon Pietro riconosce che Gesù non è il figlio di Davide, ma lo riconosce il Figlio di Dio, ed è importante l’attributo di questo Dio: Il Vivente, colui che comunica vita, il Vivificante.
Questa è la risposta esatta, è la definizione esatta di Gesù.
Questo avvenne in Cesarea di Filippo, nella Galilea  - nord di Israele
E Gesù. “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”.
Altra precisazione.
Gesù proclama Pietro ”beato”, e si riallaccia alle beatitudine che sono presenti nel Vangelo di Matteo (cf 5,3-12). In particolare ad una beatitudine: “Beati i puri di cuori perché vedranno Dio “, cioè le persone che sono limpide, trasparenti, riescono a percepire la realtà di Dio già nella loro esistenza.
Mentre Gesù riconosce la grandezza di Pietro nel proclamarlo e riconoscerlo depositario della rivelazione del Padre, riconosce anche in lui la poca costanza nel fare la sua volontà.  
Perciò Gesù proclamando: “Beato sei Simone” lo chiama per nome, però: “figlio di Giona”. Gesù fa l’identikit di questo discepolo.
Abbiamo detto che figlio di qualcuno significa uno che si comporta come il padre.
Gesù, pur dichiarando beato Simone, perché ha capito che Lui è il Figlio del Dio Vivente,  aggiunge: “tu sei figlio di Giona”.
Giona è l’unico profeta che anziché fare quello che il Signore gli ha chiesto fa esattamente il contrario, poi dopo si converte.
Quindi Gesù a Simone gli dice: “Tu sei figlio di Giona”, cioè  “farai il contrario di quello che io ti dirò”, però, come per Giona, anche per Pietro è ci sarà anche una possibilità: “Perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato ma il Padre mio, quello che è nei cieli”.   

Giona è l’unico dei profeti dell’Antico Testamento che fa esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto.
 Dio gli aveva detto: “Giona va a Ninive”, cioè in oriente, in questa grande città pagana, “perché se non si convertono, io la distruggo”. Allora Giona ha detto tra sé: “Ah si, quindi se io vado a Ninive, predico la conversione e quelli si convertono, tu non li distruggi? Va bene”.
Allora si imbarca non per Ninive ma per Tarsis, cioè la Spagna.
Il Signore gli ha detto va ad  oriente e lui va verso occidente. Perché? Perché così il Signore sterminerà Ninive perché sono dei pagani e non meritano niente.
“Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. … Egli disse ai marinai: - Prendetemi e gettatemi in mare  e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa tempesta vi ha colto per causa mia -. … - Presero Giona e lo gettarono in mare  e il mare placò la sua furia. … - Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio …. E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona all’asciutto”. Poi Giona obbedì al Signore, Andò a Ninive.
 Per sua natura Pietro sbaglia ancora, poi farà la volontà del Signore fino ad essere crocefisso anche lui. Giona persiste: si lamenta per una pianta di ricino che gli faceva ombra e poi un verme la fece morire, ma si era rifiutato di far salvare gli abitanti della città di Ninive. Che allora erano 120mila .  
MARTA
L’apostolo Giovanni narra Gesù e la sua esperienza vissuta con Lui con la sua particole sensibilità.
La professione di fede di Marta è inserita in un capitolo organizzato attorno al tema della vita e della morte, perciò tra la morte e la vita di Lazzaro che raffigura il dramma personale di Gesù.
Colui che è la vita troverà presto la morte: infatti subito dopo i capi dei Giudei condannano Gesù a morte.
La risurrezione di Lazzaro rispecchia in anticipo la risurrezione di Gesù.
Ma la vita vincerà.
Gesù ha sempre attestato di essere venuto per dare la vita; la malattia di Lazzaro è un segno solenne che Gli  permette di manifestarlo.
Le sorelle Marta e Maria, non si rassegnano alla prossima certa morte del fratello Lazzaro, chiedono aiuto, mandarono a dire a Gesù che il suo amico era ammalato.
Gesù non si affretta ad intervenire:  “All’udire, Gesù disse: - Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché il Figlio di Dio venga glorificato-“ (Gv 11,4).  “… si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava” (Gv 11,6).

( Era al di là del Giordano, nel luogo in cui già battezzava il Battista,  si era lì rifugiato perché i giudei, durante la festa della Dedicazione – che si celebra verso la fine di dicembre  e  si commemora la vittoria di Giuda Maccabeo, nel 165 a.C., il quale strappò il santuario di Gerusalemme al re pagano che l’aveva profanato istallandovi una statua idolatrica.- cf 1Maccabeo 4,36-39; 2Maccabeo 1,9-18;10,1-8). 

“Poi, disse ai discepoli – Andiamo di nuovo in Giudea -” (Gv 11,7)
Giovanni ci fa rilevare che:
davanti alla morte di un amico e alla sofferenza dei suoi, Gesù si comporta da vero uomo, dotato da un cuore sensibile.   E
Ridando la vita a Lazzaro, Egli si manifesta Figlio di Dio, al quale il Padre concede tutto ciò che gli domanda.
 Ancora Giovanni ci manifesta l’amore degli apostoli per Gesù:
“Rabbi, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (Gv 11,8)
Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con Lui” (Gv 11,16). 
Marta è una donna realista, Lazzaro era grave e non si illude,  ma cerca Gesù, quando lei non l’aspettava più, ecco che venne a sapere che Gesù era arrivato.     L’arrivo di Gesù è stata una vera sorpresa per lei, in questo tempo ha conservato la capacità di sperare.
 Questa notizia la incoraggia a mettersi in cammino per incontrare Gesù:  “Marta, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: - Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,21)
Aggiunge però una seconda parte dove emerge la sua speranza. Lei confida pienamente in Gesù: Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la concederà.“ (Gv 11,22) . Gesù le disse: - Tuo fratello risusciterà. Gli rispose Marta:  So che risusciterà nell’ultimo giorno”.(Gv11,23-24). 

La speranza di una risurrezione nell’ultimo giorno era già condivisa da molti giudei, come Marta; già da qualche secolo questa convinzione si era sviluppata in ambienti giudaici ferventi, come quello dei Farisei. (Daniele 12,1-3; 2 Maccabei 7,9-14 e 22s;12,43-45); ma al tempo di Gesù la casta sacerdotale di Gerusalemme, i Sadducei, la combatteva (At 23,6-9).
Ora Gesù non solo conferma questa speranza, ma si rivela come colui che la realizza pienamente.
Con il segno della risurrezione di Lazzaro, Egli annuncia in che consiste il dono della vita che Egli sta per fare al mondo sfigurato dal peccato e dal male: strappare alla morte chiunque crede in Lui, Figlio di Dio, accettando l’azione di Dio per mezzo Suo; dare una vita che vincerà definitivamente la morte nel giorno della risurrezione.

Gesù si auto-rivela e le disse:
“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà;   chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.  Credi tu questo?” (Gv 11,26)
Quest’ultimo interrogativo mostra il rispetto di Gesù verso Marta, verso il suo processo di fede, verso la sua libertà.
Allora  Marta fa la sua professione di fede in prima persona e la proclamazione di GESU’- SIGNORE; di GESU’– MESSIA; di GESU’- FIGLIOLANZA DIVINA e L’ATTESO D’ISRAELE :
“Si, o Signore, io credo che sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo. ( Gv 11,27)
Marta ha creduto prima del miracolo.
Gesù si è rivelato a Marta, e Marta nella sua confessione di fede  ha rivelato chi è Gesù per lei. Non solo, Marta dice a Gesù quello che Lui non ha detto di se stesso.
La tradizione Giovannea ha condensato in questa formula, una seria di titoli che esprimono la interpretazione della comunità riguardo a Gesù: il SIGNORE, il CRISTO, il FIGLIO di DIO, COLUI che deve VENIRE.        
        Questo avvenne in Betania, nella Giudea  - sud d’Israele –

NOI, quando sapremo riconoscere Gesù come Pietro e Marta?
Quando sapremo maturare con la stessa fatica e sensibilità la Signoria. la Messianicità, la Figliolanza a Dio, Vivente nella nostra vita – di Pietro – e il Maranatà - di Marta -?       Che il Signore continui ad amare con-passione ognuno di noi.
“Gesù quando vide Maria piangere (per Lazzaro) e piangere i Giudei, si commosse profondamente …”(Gv 11,33). Per Lazzaro pianse, per me s’è fatto flagellare, inchiodare in croce, versare il suo sangue. Grazie, ma è molto molto poco.

Inebriaci ancora col tuo amore, stordiscici per poterti amare perdutamente.

La Cananèa

                                        La Cananèa               (Mt 15,21-28; Mc 7,24 30)                                
(Donna di cultura greca ma di origine siro-fenicia, non di razza, cioè pagana (Mc 7,26).

Contesto
Gesù intende annunciare l’amore universale del Padre ovunque e ad ogni uomo, ma incontra tanta resistenza. Ne incontra nel suo popolo, tra i discepoli e tra gli stessi pagani che si erano abituati all’idea della supremazia di Israele.
Gesù nel Vangelo di Matteo, indirizzato ai giudei-cristiani, al cap. 8 (11-12) annuncia che nel banchetto del regno il pane che è stato rifiutato dai giudei diventerà cibo per i pagani.     
Ancora Matteo al cap.15 (10-20) affronta la questione importante del puro (Israele) e dell’impuro (Stranieri) dal punto di vista alimentare; Gesù, contraddicendo il libro del Levitico nei capitoli 11-15, afferma che non quello che entra dalla bocca rende impuro, ma quello che ne esce.
Gesù, dopo essere fuggito dalla terra d’Israele ed entrato in terra pagana, l’Evangelista ce lo presenta nell’incontro con la donna Cananèa.
Testo
In quel tempo, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me (Kyrie eleison), Signore, figlio di Davide (significa messia, il messia guerriero che restaurerà il regno d’Israele, sottomettendo i popoli pagani). Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. Ma Egli non le rivolse neppure una parola (perché? Gesù non è il figlio di Davide, il messia guerriero, ma Gesù è il figlio di Dio). Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila (falla andar via), vedi come ci grida dietro”. Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si fece avanti e gli si prostrò dicendo: Signore, aiutami!” (Adesso cresce la sua fede, riconosce Gesù Signore, ha compreso la pienezza dell’amore di Dio). Ma egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (Con questa risposta Gesù vuole preparare i discepoli a condividere  il pane anche con i pagani) . “E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante la figlia fu guarita. (Mt 15,21-28)
 Riflessioni
La Cananèa di fronte all’indifferenza di Gesù non desiste.
La donna anziché irritarsi per essere stata clamorosamente ignorata e disattesa, si getta ai suoi piedi: “Signore aiutami!”. Ma Gesù replica sostenendo che Egli deve dedicarsi alla salvezza dei giudei, “figli” di Dio, e alla realizzazione delle promesse, prima di occuparsi dei pagani,( “cani” per i Giudei); il termine (cagnilini) sulla bocca di Gesù attenua l’appellativo dispregiativo ebraico (Mt 15,26)    
La cananèa prostrandosi riconosce la missione salvifica di Gesù: sicuramente la guarigione di sua figlia non toglie nulla agli Ebrei.
Allora esplode l’ammirazione di Gesù che cede: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”.       
Insegnamenti
Questa donna Cananèa ci insegna la lotta della fede, da lei impariamo a presentarci al Signore senza accampare alcun diritto, come dei “cagnolini”. Ma se l’uomo non può avanzare alcuna pretesa, ella ci indica la via della preghiera insistente, perseverante. Possiamo e dobbiamo chiedere, persistere, addirittura pretendere d’essere esauditi.
Ce lo insegnano tra gli altri Abramo e Mosè.
Dio non ci ha  esaudito, insistiamo.(Chiedete e vi sarà dato, cercate, bussate (Lc 11,9)
Anche quando non siamo certi di appartenere a Gesù, come la Cananèa, diamo fiducia a Lui, solo per questo già gli apparteniamo. 
Cenni storici e costumi
Tiro e Sidone erano città fenice e cananei era l’antico nome della loro popolazione.
Il regno di Dio dev’essere manifestato in Israele: i Giudei sono i “figli” della promessa; per loro i diversi sono come “cani”. Perciò la cosa è nota a questa Cananea venuta da Gesù per cercare la guarigione della figlia, oppressa da una malattia allora ritenuta strettamente connessa alla presenza del demonio; ma la sua angoscia e la sua fede sono più forti del rifiuto.   
Pareri biblici
Il Vangelo di Matteo, pervenuto in greco ma in origine scritto in aramaico fu redatto tra il 70 e l’80 d.C., s’indirizza ai giudei convertiti,.
Questo brano non è tanto una cronaca, ma catechesi per  la comunità cristiana che fa resistenza nell’andare verso i pagani perciò Matteo drammatizza il racconto.
Che contrasto tra il silenzio quasi altero di Gesù e la guarigione finale!
L’episodio mostra la fedeltà di Gesù verso il popolo giudaico e contemporaneamente
ci dice che tra i pagani nasce la fede mentre molti Giudei si chiudono al messaggio.                                                                                         
                                                                                             Matteo – Civiltà Cattolica
La fama di Gesù si diffonde anche in territorio pagano.
Non è ancora giunto il tempo di rivelarsi fuori Israele, perché la missione di Gesù è quella di portare il lieto annunzio ai giudei, i “figli”, gli eredi del regno di Dio. Ma compiendo questo miracolo, egli annuncia che la salvezza, riservata ad Israele, si estende anche ai pagani, “cani” per i Giudei.
Le prime generazioni cristiane che hanno lottato per riconoscere e far riconoscere la vocazione dei pagani, dovevano leggere questo racconto come un incoraggiamento e una giustificazione (cf. Rm 1,16: “Io (Paolo) infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco”.)                                                                               Marco – Civiltà Cattolica
                                                        Conclusioni                    
Quindi, in questo brano l’evangelista Matteo vuole educare la sua comunità cristiana  ad aprirsi ai pagani e far comprendere che i pagani non vanno dominati secondo la tradizione del messia figlio di Davide, ma vanno serviti secondo la novità del Messia Figlio di Dio.

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Il termine Vangelo è particolarmente frequente nell’epistolario di Paolo, 40 volte.

(Bibbia Civiltà Cattolica pag. 1829 prologo – lettera ai Romani – ultimo rigo.