giovedì 21 marzo 2019


 Guarigione dell’emorroissa e Resurrezione della figlia di Giairo
(Marco 5,21-43)  “risuscitazione”
Contesto
   Il capitolo 4 di Marco è quasi interamente occupato da una sequenza di parabole.
   Si conclude con l’episodio della tempesta sedata (4,35-41), nel quale Gesù sembra mettere alla prova la fede dei suoi, che evidentemente era ancora molto acerba.
   Il capitolo 5 invece è occupato da tre incontri e altrettanti interventi miracolosi, episodi sui quali Marco si dilunga, con molti particolari. Nel primo, l’incontro tra Gesù e l’indemoniato geraseno (5,1-20), gli apostoli sono solo sullo sfondo, ci troviamo in terra pagana e Gesù sembra il solo a scendere dalla barca (5,2). Come spesso succede in Marco, Gesù si scontra con l’incomprensione, anche davanti ai suoi segni miracolosi. Il fatto che ciò avvenga in territorio pagano mitiga questa avversione, ma è bene ricordare che nel vangelo più antico le sottolineature di tal genere sono molto frequenti, in modo particolare con riferimento alla durezza di cuore dei discepoli e specificamente dei Dodici.
   Per quel che riguarda i Dodici, basta rivedere l’episodio della tempesta sedata, alla fine del capitolo 4. La domanda di fondo, che a volte l’evangelista esplicita (per es.  v. 4,41) è relativa all’identità di Gesù: “Chi è mai costui …?”.
  Le opere che il Maestro di Nazaret compie sono sconvolgenti, ma lo è anche l’autorevolezza della sua Parola. Poiché però il cuore è indurito, i discepoli stessi e ancora più le folle non riescono ad andare al di là di ciò che vedono e ascoltano, non hanno fede. In tal senso è emblematico un episodio che non è proprio del solo Marco, ma che qui assume un tono decisamente critico verso i Dodici. Lo troviamo in Mc 8,14-21. Qui è Gesù stesso che aiuta i suoi a ricordare alcune delle sue opere, anche piuttosto recenti; i Dodici ricordano, ma, sottolinea lo stesso Maestro, non capiscono: “Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora?
Avete cuore indurito?”
   Mi sono soffermato su questo aspetto perché è uno degli elementi più caratterizzanti il vangelo secondo Marco: da una parte la continua ricerca per comprendere chi sia Gesù di Nazaret, (..Chi è dunque costui .. 4,41) poi, quando l’identità del Maestro comincia a manifestarsi, il comando dello stesso Gesù, perché i suoi non lo rivelino. Anche in casa di Giairo Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo (5,43).
   Questo secondo aspetto prende il nome di “segreto messianico” ed è solitamente spiegato in questi termini  (cfr nota della Bibbia di Gerusalemme a Mc 1,34): poiché Israele attendeva un messia liberatore, in senso anche politico, Gesù sa che il popolo, riconoscendo in Lui il Messia, avrebbe riposto in Lui aspettative che Egli non poteva soddisfare (cfr Gv. 6,15 dopo la moltiplicazione dei pani volevano farlo re); per questo chiede ai discepoli, ma anche ai demoni, che lo riconoscono, di non rivelarne l’identità, finché non sia giunta l’ora della passione e quindi la risurrezione e la conseguente rivelazione della vera liberazione che Egli è venuto a portare nel mondo.
   Tornando al contesto del nostro brano, il successivo capitolo 6 si apre con un breve ritorno di Gesù nella sua città d’origine, Nazaret, dove va nella sinagoga e di nuovo l’autorevolezza del suo insegnamento si scontra con l’incredulità dei presenti, che vedono in Lui semplicemente il figlio di Maria (6,1-6a). Quindi, la missione dei Dodici, mandati a due a due ad Israele, con la stessa autorità del Maestro (6,6b-13).
Testo
   “”Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi  e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani, perché sia guarita e viva». Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui,  si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad avere fede!».  E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.””
   In qualsiasi circostanza gli episodi prodigiosi di Gesù avvengano, non mancano mai di richiedere come condizione necessaria che si riponga fede in lui, il Signore Gesù Cristo Figlio di Dio che è venuto nel mondo per instaurare il suo Regno d’amore. Tale richiesta, a volte, viene formulata o manifestata da altri che operano nell’interesse di chi ha bisogno (cfr Lc 5,19-20: il paralitico calato col lettuccio dal tetto: “Veduta la loro fede.. ”).
      Solo in conseguenza di questa fede in lui si ottiene la guarigione, ma che diventa ancora più evidente quando si legge con attenzione il miracolo di guarigione dell'emorroissa.
   Questo è forse l'unico miracolo (almeno stando alle versioni dei Vangeli) che avviene di soppiatto, senza che l'interessata interpelli il Signore direttamente, ma semplicemente con un semplice sfioramento che la stessa opera sulla frangia del mantello di Gesù: con questo gesto timido ma carico di fede e di speranza nel Signore immediatamente si arresta il flusso di sangue che fuoriusciva dal corpo di quella povera donna ormai da ben dodici anni e che aveva inutilmente impegnato decine di medici e periti;  ne consegue – cosa anch'essa del tutto unica nei vangeli – lo sconcerto e la perplessità di Gesù che avverte che "una potenza (in Luca una "forza") fuoriesce da lui", quasi si trattasse di un'energia che gli è stata appena rubata, sicché fra lo sbigottimento dei discepoli domanda: "Chi mi ha toccato il mantello?"
   È la fede nel Signore a meritare sempre i miracoli; questa fede in Lui Salvatore e Signore è sufficiente e produce i suoi effetti anche quando Gesù sembra essere lontano o assente da noi, o comunque anche in quelle circostanze nelle quali ci sembra non avere occasione di "parlare" direttamente con lui: basta riporre in lui la nostra fiducia radicata e certa, il nostro abbandono disinvolto alla sua parola e porci alla sequela dei suoi atti per vivere intensamente di lui nella nostra vita per ottenere che, la grazia di Dio suo tramite si riversi su di noi, fossimo anche lontani migliaia di chilometri.
   Ecco allora il vero senso della domanda di Gesù: "Chi ha avuto fede in me Figlio di Dio, tanto da ottenere un miracolo  (“potenza – forza”)  anche a mia insaputa? Voglio saperlo, per approvare la sua fede che lo ha salvato dal suo male e per garantire su di lui la continua presenza del Padre che lo ama e che concede queste e altre misericordie". 
   Gesù così riafferma che la potenzialità della fede nei suoi confronti è proficua ed esaustiva per essere ascoltati ed esauditi dal Padre e da Lui.
   Il che non può non esserci di sprone a riscontrare sempre e in tutti i casi la presenza certa del Signore in tutte le circostanze della vita, anche quando questi ci sembri "lontano e irraggiungibile” come nel caso della disperazione e del dolore diventato insopportabile al punto da non lasciare spazio alla fiducia: nella fede, che è il fondamento delle cose che si sperano, noi avvertiamo la presenza continua del Signore pronto ad operare in noi la guarigione dai mali fisici e morali e a risollevare le nostre sofferenze di oggi.  


domenica 9 dicembre 2018


IL GREGGE E L’OVILE
(Gv 10,1-16)
               Per cogliere più a fondo il mistero della Chiesa, i Padri conciliari, nella Lumen Gentium*, hanno fatto uso del linguaggio delle immagini, recuperando il ricco patrimonio del simbolismo ecclesiologico disseminato nella rivelazione biblica. 
           La Chiesa – leggiamo nella Lumen Gentium (n.6) - è un ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo. E’ pure un gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore.
          Queste due immagini bibliche - l’ovile e il gregge  - rivelano “l’intima natura della Chiesa”.
Gesù, come riferisce l’evangelista Giovanni al cap. 10, le ha illustrate a fondo presentandosi come il buon Pastore che custodisce cura e nutre il suo gregge e che addirittura  dà la vita per esso.
Certo, per l’antico popolo d’Israele, discendente da aramei erranti nel deserto (Deuteronomio* cap. 26 vers. 5), era molto familiare l’immagine del gregge per indicare il popolo che Dio si è scelto.
Il profeta Isaia* aveva considerato Dio come un pastore che fa pascolare il suo gregge, e con il suo braccio lo raduna (cap. 40 vers.11).
Ezechiele* (cap. 34), rimproverando i pastori d’Israele che si nutrivano di latte, si rivestivano di lana e ammazzavano le pecore più grasse, ha preannunciato che Dio stesso si sarebbe ripreso il gregge e avrebbe fatto da pastore al suo popolo.
          Oggi queste immagini sono meno immediate perché di greggi al pascolo se ne vedono ormai pochi rispetto al passato, quando, anche tra la gente di Calabria, c’erano molti pastori che guidavano le pecore su e giù per le montagne dell’Aspromonte. Solo se ci si addentra nell’entroterra, raggiungendo qualche contrada lontana è ancora possibile familiarizzare con la vita del pastore che tenacemente “raduna il suo gregge con il braccio; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11).
           Cerchiamo dunque di recuperare i colori di queste immagini pastorali, gustando la bellezza suggestiva dell’ambiente biblico.
            Lo facciamo a partire da questa affermazione di Gesù: “Io sono la porta dell’ovile”.
            Perché proprio “la porta”?
In Palestina, ai tempi di Gesù, solitamente il pastore radunava le pecore in una caverna poco profonda che poteva offrire sicurezza per la notte e spesso ostruiva l’apertura con un muricciolo munito di porta.
Prevalentemente, però, costruiva un muretto di sassi  e lui stesso si sdraiava lungo l’apertura fungendo da porta per le pecore. Solo il pastore poteva consentire l’accesso all’ovile, perché egli, stendendosi lungo quella porta, consentiva alle pecore di sentire il suo profumo e entrare nel proprio ovile calpestando il suo corpo. I ladri e i briganti invece scavalcavano il muro, uccidevano quante più pecore potevano prima di essere scoperti e le gettavano fuori dell’ovile ai complici.
Talvolta invece i pastori si occupavano del gregge solo durante il giorno. Con il sopraggiungere della notte, portavano le loro pecore in un grande ovile o in un recinto comunitario, ben protetto contro banditi e lupi. E un guardiano vigilava per tutta la notte. Al mattino poi, quando giungeva il pastore, batteva il palmo delle mani sulla porta ed il guardiano apriva. Chiamate per nome, le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro di lui verso i pascoli. Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma rimanevano come erano, perché quella voce non era da loro conosciuta.
         Comprendiamo bene ora il senso di queste similitudini. Soprattutto la porta a cui allude Gesù risulta più di un semplice varco attraverso cui entrare e uscire. Ma approfondiremo il senso di queste metafore dopo aver letto il testo di Giovanni Evangelista ( cap 10 vers dall’1 al 16):
              1«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: Io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.  11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore».
           Innanzi tutto contestualizziamo il brano (testo). L’evangelista ha appena raccontato (contesto) la guarigione cieco nato che era stato espulso dalla sinagoga per la sua confessione di fede sul Messia. Poteva dunque apparire come una pecora sbandata, senza pastore né gregge, tagliato fuori dalla comunità giudaica, scomunicato per la sua fede.
         E invece no! - sembra voler puntualizzare Gesù - Chi crede in me entra nell’ovile di Dio attraverso la porta di salvezza e in esso trova la vera vita. “Io sono la porta” – ribadisce, riferendosi al suo essere mediatore del loro “entrare e uscire”, che nel linguaggio semitico indica  la pienezza della comunione con il Pastore.
Fuor di metafora, l'ovile è la comunità dei credenti in Cristo. E’ la Chiesa. E il gregge siamo noi, popolo di Dio, raccolti in unità attorno al Pastore supremo. L’ovile raccoglie, custodisce, preserva dal male, soprattutto nella notte, quando il buio diventa complice di chi vuol fare razzia. Così la Chiesa, vivificata dallo Spirito, contagiata dall’urgenza della stessa carità di Cristo. In unità, nell’unico gregge, per pregustare la mediazione salvifica di Cristo, Pastore buono. “Se davvero l’amore riesce ad eliminare la paura e questa si trasforma in amore – dice Gregorio di Nissa - , allora si scoprirà che ciò che salva è proprio l’unità. La salvezza sta infatti nel sentirsi tutti fusi nell’amore dell’unico e vero bene”.
          Dunque, unità nell’amore. Che si realizza in quell’«entrare e uscire» di sapore semitico in cui si assapora la comunione piena con Dio e tra noi, “perché il mondo creda” in Cristo Gesù Salvatore (cfr. Gv 17,21).
           Chiediamoci ora: qual è la caratteristica di questo gregge di Dio? “Le pecore ascoltano la sua voce” (v. 3), “le mie pecore conoscono me” (v.14). Ecco: l’ascolto e la conoscenza. Ossia la docilità e la familiarità con il Pastore, che scaturisce dal sentirsi chiamare per nome, dal fare esperienza della Sua Parola e della Sua Presenza. Per noi, la familiarità con le Scritture e i Sacramenti. La Parola infatti “è un dono, un appello, mediante il quale Dio “nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum*: 2). E i Sacramenti “sono tutti una diversa espressione e partecipazione all’unico mistero della morte e risurrezione del Signore”.
          Infine, la metafora della porta, che abbiamo ben assimilato attraverso la feritoia aperta sull’ambiente biblico. Gesù è la porta, abbiamo detto. Dunque l’accesso “obbligato” per mettersi in comunione con il Padre e con il gregge. Però, attenti: nel linguaggio biblico la porta non indica solo un luogo di passaggio, ma spesso sta a significare la città o il tempio nel suo insieme (cfr. sal. 87 e sal. 122,2). Quindi Gesù è “luogo” di salvezza, non semplicemente “via”. La porta allora riconduce e richiama il mistero pasquale: “io offro la vita per le pecore” (v.15) – dice Gesù. Un “offrire” che, tradotto letteralmente, significa: “deporre l’anima a favore di qualcuno”, cioè spingersi al sacrificio supremo per salvare un amico. E si tratta di un’offerta, come esprime lo stesso verbo “deporre”, fatta con estrema libertà, per amore, e nella possibilità di privarsene e riprenderla, perché Gesù è il Signore della vita e della morte.
           Ecco cosa ci è dato di gustare nella Chiesa di Dio!
          La bellezza-bontà di un amore che ci raccoglie in unità, si spalanca alla conoscenza di sé, che è intimità profonda, e si offre a noi deponendo la sua divinità per restituirci la nostra dignità di figli. Amen.

Note
*”Lumen Gentium”:   
                                                  “Costituzione sulla Chiesa”                               
*”Dei Verbum” :                      “Costituzione sulla Divina Rivelazione” 
Due dei quattro documenti basilari del Concilio Vaticano II    
 Altri
*”Sacrosanctum Concilium”:  “Costituzione sulla Sacra Liturgia”
*”Gadudium et Spes”:             “Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”    

*”Deuteronomio”  insieme a  “Genesi”, “Esodo”, “Levitico”, “Numeri” costituiscono
                          Il “Pentateuco”: questi sono i primi 5 libri dell’ “Antico Testamento”.
Seguono: 16 “Libri Storici” ; 7 “Libri Sapienziali”; 18 “Libri Profetici” perciò l’”Antico Testamento” complessivamente ha  un totale di 46 libri.
*”Isaia”  e  *”Ezechiele”  Sono due dei più incisivi Profeti.   

Il “Nuovo Testamento” complessivamente ha un totale di 27 libri
4 Vangeli:                      Matteo, Luca, Marco, Giovanni
1 Atti degli Apostoli
13 Lettere di Paolo:       Romani, 1Corinzi, 2Corinzi, Galati, Efesini, Filippesi,
                                       Colossesi, 1Tessalonicesi, 2Tessalonicesi, 1Timoteo,
                                       2Timoteo,Tito, Filemone
1 Lettera agli Ebrei
1 Lettera di Giacomo
2 Lettere di Pietro:          1Pietro, 2Pietro
3 Lettere di Giovanni:     1Giovanni, 2Giovanni, 3Giovanni
1 Lettera di Giuda
1 Apocalisse di Giovanni  

La “Bibbia”  complessivamente ha un totale di 73 libri                                    


BARTIMEO
il figlio di Timeo

      “”E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!” Allora Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. E Chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!” Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che vuoi che io ti faccia?” E il cieco a lui: “Rabbunì, che io riabbia la vista!” E Gesù gli disse: “Và, la tua fede ti ha salvato”. E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.”” ( Mc 10,46-52)
         
          Gesù è sempre alla ricerca dell’amato suo e del Padre.
La sua strategia è propria di chi ama perdutamente.
L’aspetta “al varco”, come alla Samaritana. A Bartimeo lo cerca, come per caso, avviandosi sulla via dove il cieco chiede l’elemosina,
Con la Samaritana prepara il piano: vuole restare solo, solo senza alcun testimone, perciò manda i discepoli a fare delle spese. Dopo averle chiesto dell’acqua, la provoca in una disputa teologica per poi rivelarsi: “il Messia”.
Resterà unica, una prostituta, a ricevere la rivelazione della sua vera identità: “Sono io che ti parlo”.                  
Con Bartimeo non c’è un dialogo teologico, c’è la ricerca di quell’ uomo solo, solo senza il padre Timeo, Gesù vuole dargli quel padre assente, vuole dargli l’amore del vero Padre, l’amore suo e quello di suo Padre.
Bartimeo appena realizza che è Gesù Nazzareno quello che predica a molta folla, comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Più la folla vuole azzittirlo per non disturbare la predicazione di Gesù, più egli grida il suo dolore, ma Gesù era lì per cercare lui.
L’evangelista è sintetico e lapidario, Gesù non chiede alla folla chi è costui che grida ma : ““Si fermò e disse: “Chiamatelo!” Ben sapeva chi era e cosa volesse. La folla, alla richiesta di Gesù, ora sollecita il cieco: “Coraggio! Alzati ti chiama!”.
Contempliamo l’asciutta descrizione di Marco: “Egli, gettato via il mantello , balzò in piedi   e   venne da Gesù”.
In quel tempo, per un povero cieco o per tanta povera gente, il mantello era il compagno del suo corpo: un giaciglio per dormire, una coperta per coprirsi, un mantello per ripararsi dal freddo. Ebbene il cieco lo getta via, l’unica cosa preziosa che ha, “la getta via”. E se Gesù non l’avesse guarito e la folla andata via, chi gli avrebbe cercato, raccolto e ridato il suo mantello a Bartimeo?
Bartimeo non si alzò ma spiccò un salto per slanciarsi verso una direzione, verso Gesù, guidato dal suo istinto verso chi lo cercava; sono certo che insieme alle gambe, anche il cuore gli sobbalzò nel petto. “Balzò in piedi”. 
Venne da Gesù, Marco dà per scontato che Bartimeo con quello slancio è già di fronte a Gesù, Lo sguardo non è identico, mentre Gesù avvolge col suo l’amato cieco, Bartimeo aspetta ansioso che i suoi occhi possano finalmente vedere il volto, gli occhi di Gesù, vedere l’intensità dell’amore di Gesù, proprio per lui.
Allora Gesù: “Che vuoi che io ti faccia?” Gesù gli pone la domanda scontata, infatti il cieco a lui: “Rabbunì, che io riabbia la vista!”. Altrettanto scontata la risposta di Bartimeo.
Nessun commento se non ammirare l’incontro faccia a faccia tra l’amante e l’amato. Non ci sono parole per esaltare l’incontro, solo chiudere i nostri occhi ed immaginare la forza, la potenza, l’energia del momento: Gesù è impaziente: “Chiamatelo d’avvolgere col suo amore Bartimeo, l’amato e l’altro impaziente di vedere con i suoi occhi il Nazareno, il Figlio di Davide, Gesù il Salvatore.
Marco ancora sintetico ma avvolgente, perché non ci dice solo che Gesù ridona la vista al cieco ma ci dice che Gesù amò Bartimeo, come l’amore sa fare, dare tutto fino al donarsi per amore: “”E Gesù gli disse: “Và, la tua fede ti ha salvato”.
Gesù allora oltre alla vista, oltre e guarirlo ha rassicurato Bartimeo che è stato sanato non solo fisicamente ma salvato, l’ha mondato pure da ogni suo peccato.
Cosa poteva fare Bartimeo se non seguire Gesù. Allora: “Prese a seguirlo per la strada”.  
Vorrei essere col cieco, nel cieco e gridarti: “Figlio di Davide, Gesù abbi pietà di me” e con lui: “gettare il mantello, balzare in piedi, venire a te per sentire l’intensità del tuo infinito amore e sentirmi dire: “Va, la tua fede ti ha salvato”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          


giovedì 29 novembre 2018

La Samaritana
Gv  4, 1-42
 
  Una delle più belle pagine del vangelo di Giovanni e del Nuovo Testamento.
  Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana, può essere compreso e goduto soltanto se lo si situa nel contesto storico e religioso che l’ha ispirato.
  Lo sfondo geografico dell’episodio è la Samaria, tra la Giudea e la Galilea, e più precisamente la città di Sicar, presso il cosiddetto “pozzo di Giacobbe” (vv. 5-6).     Gesù deve necessariamente attraversare quel territorio, perché si sta recando in Galilea, la sua terra, dopo aver sentito notizie poco rassicuranti (vv. 1-3). Stanco del viaggio, Gesù ha bisogno di bere e ne chiede a una donna samaritana che viene ad attingere all’antico pozzo del patriarca Giacobbe.      
  La prima anomalia nell’incontro è comprensibile proprio nel quadro dell’ormai secolare dissidio che esisteva tra la popolazione giudaica e quella di Samaria. Quest’ultima addirittura custodiva una sua Torà (= il pentateuco) distinta da quella diffusa tra i Giudei. Il dissidio era insanabile e carico di disprezzo reciproco. E tuttavia Gesù rivolge la parola alla samaritana, provocando in lei un comprensibile stupore (vv. 7-9). Via via che il dialogo si snoda, Gesù porta la donna dal piano della contingenza storica e fisica a quella del mistero rappresentato dalla persona di Cristo.
 Egli è l’uomo che chiedendo acqua per dissetarsi, è capace di offrire a sua volta un’acqua che non si esaurirà mai e che creerà vita eterna (Gv 4,10-14).      
  L’evangelista Giovanni, ci fa fare lo stesso percorso della samaritana sulla strada che la conduce a comprendere e riconoscere la verità di Cristo. Le risposte che Gesù costruisce per la samaritana, come una serie di scalini verso la sua rivelazione (v. 26), si basano tutte su concezioni bibliche o giudaiche (Gesù riconosciuto come profeta, l’attesa del Messia, il luogo legittimo per l’adorazione di Dio: Garizim o Gerusalemme), sulla base delle quali la donna risponde a sua volta e chiede, salendo con il suo maestro verso l’alto.      
  Studio delle Scritture, gradualità e dialogo sono gli ingredienti necessari per percorrere la strada verso la verità. Le Scritture ebraiche sono il codice comune di Gesù e della samaritana, e, proprio per questo, anche il nostro; la gradualità e il dialogo sono il rispetto della qualità umana del cammino.
  La prima verità da rispettare in questo caso è la persona umana, così com’è, con le sue capacità, la sua cultura, le sue istanze e i suoi spazi d’ombra. Gesù è il modello di comportamento. Anche questo brano evangelico ci fa capire che la fede in Cristo per noi cristiani non si acquisisce o custodisce nella contrapposizione ebraismo-cristianesimo, bensì nell’incontro e nell’accettazione di Gesù Cristo.
  Perfino la situazione matrimoniale “irregolare” (vv 16-18) della samaritana non diviene oggetto di condanna da parte di Gesù, bensì occasione di salire ancora di un gradino verso la salvezza di se stessa, attraverso la conoscenza della verità che è il Cristo.  Il dialogo si fa più intenso e porta la samaritana ad una prima accettazione di Gesù, perciò (v 19)  la donna: “Signore, vedo che sei un profeta ….”.
  Ancora una contesa teologica che contrappone la samaritana al giudeo (vv 20-24).
Qui la samaritana dimostra la conoscenza della propria Torà, quella donna, con la sua poca cultura, duemila anni fa, conosceva le scrittura che parlano di Dio, di come, dove e a chi pregare, conosce chi dovrà venire per rivelare tutta la verità.
  Oggi pochi cristiani conoscono appena qualcosa di Dio, di Gesù, pochissimi hanno letto interamente un vangelo. Quello di Marco è composto di poche paginette.
Quella samaritana invece conosce e perciò può affermare (v 25):
So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando verrà ci annunzierà ogni cosa”
  Le disse Gesù:  (v 26) “Sono Io, che ti parlo.”
Improvvisa e frastornante autodichiarazione, fatta ad una donna, straniera, per giunta una prostituta.
  In tutte le religioni è l’uomo che cerca il suo Dio, solo nella religione ebraica-cristiana è Dio che cerca l’uomo, è l’Amore che cerca l’amato.
  In questo brano evangelico è più che esplicita tale ricerca.
  Solo dopo che Gesù si è rivelato alla samaritana i discepoli, che erano andati fare delle provviste “giunsero” e perciò lo pregavano: ”Rabbì mangia” ma lui si rifiutò          Giovanni ci ricorda che attraversando la Samaria vicino la città Sicar (v 6) “qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. (v 7) Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua …”.      Gesù proprio lei aspettava. Giovanni non ci dice il nome della donna ma ci induce a capire che voleva incontrare quella donna, da solo. Gesù, seduto presso il pozzo, aspettava quella donna con la brocca; due persone con due obbiettivi diversi: la samaritana, come al solito, era lì per attingere acqua, Gesù era lì per incontrare lei.
  Giovanni ci fa vivere l’incontro dell’amore con l’amata con tutte le complicanze e tensioni che comporta il rapporto amoroso, ma l’amore vince tanto da rendere la samaritana gioiosa e felice ma stordita: “La donna lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: <Venite a vedere un uomo che mi ha detto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?> . uscirono dalla città e andarono da Lui”.(vv 28-30)
  La samaritana ha trovato il tesoro, la perla preziosa e anziché custodirla corre a comunicare l’accaduto alla sua gente. Sì intontita perché pur avendo sentito con le sue orecchie e dalle labbra del Messia: “Sono Io che ti parlo”, vuole la conferma della sua gente.
  “Molti samaritani cedettero in Lui per le parole della donna … E quando i samaritani giunsero da Lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed Egli vi rimase due giorni. Molti di più cedettero per la sua parola e dicevano alla donna: <Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che Questi è veramente il salvatore del mondo>(vv 39-42)
  Gesù in terra straniera trova accoglienza, incontra gente assetata di Parole di Dio; i samaritani sono andati a trovare Gesù forse per curiosità ma avendolo conosciuto e ascoltate le sue parole hanno creduto tanto da dire alla samaritana e a noi:
“Questi è veramente il salvatore del mondo”.
  I samaritani udirono e seppero; noi possiamo leggere le sue parole e pregando possiamo colloquiare con lui.
  E’ necessario leggere le parole di Gesù: “L’ignoranza della Parola è ignoranza di Cristo”, dal prologo al commento del Profeta Isaia di San Girolamo.
  “Sono venuto solo per dirti, Signore, quanto sono felice da quando ti ho incontrato e mi hai liberato dai miei peccati … non so molto bene come pregare, però penso a te tutti i giorni .. Beh, Gesù … qui c’è Jim a rapporto !”      Preghiera del vecchio Jim
Da oggi, ogni giorno, non possiamo perdere l’opportunità di dire a Gesù:
“Gesù io sono qui a rapporto!”                                               

giovedì 18 ottobre 2018

PENTECOSTE


PENTECOSTE 
       
          La Pentecoste presso gli Ebrei era la festa della mietitura (Es 23,14), successivamente divenuta anche festa della rinnovazione dell’Alleanza  (2Cr 15,10-13).
Pentecoste a noi ci ricorda la fondazione della Chiesa come realtà viva; Cristo l’ha preparata: Lo Spirito Santo viene a prenderne possesso, ad animarla e  ad assisterla con i suoi carismi. Pentecoste è la festa della nascita della comunità dei credenti.
La sera di Pentecoste, mentre gli Apostoli con Maria erano riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme, come aveva promesso Gesù, ricevettero il Battesimo nello Spirito: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatté gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue, come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi” (At 2, 2-4)              
Quella Pentecoste, conferendo nuova forza, ardente zelo e tanta passione per il Risorto, diede inizio, con il veemente annuncio di Pietro, alla missione della chiesa; quella comunità cristiana, sfidando ogni pericolo, inizia a dare compimento al comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15). Quel primo annuncio, perciò, prelude la predicazione a tutte le genti, poiché quelli che ascoltavano Pietro, con una numerazione simbolica, cittadini di 12 nazioni, rappresentavano tutta la famiglia umana.
È qui il Carisma, il miracolo di Pentecoste, in uno dei suoi aspetti: Pietro parla nella sua lingua e cittadini di 12 nazioni lo sentono parlare nella propria lingua, non è la glossolalia di cui parla Paolo.
Di Quella Pentecoste,  ci è difficile immaginare quel momento stupefacente in cui ognuno dei presenti fece esperienza straordinaria col Divino; la grazia di Dio, dopo quella esperienza, non li abbandonerà e non ci abbandonerà mai più, a conferma delle parole di Gesù: “Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
Dopo la sua Risurrezione Gesù per 40 giorni confortò con la sua presenza gli Apostoli timorosi e delusi, rincuorati essi fecero un’esperienza nuova: quella col Risorto. Il primo colloquio con Gesù Risorto lo ebbe Maria di Magdala che cercava presso il sepolcro il Suo Gesù ed Egli rassicurandola le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre Mio e Padre Vostro, Dio Mio e Dio Vostro(Gv 20,17).
Certo Maria Gli aveva abbracciato le gambe, temendo di perderlo ancora.   Quale conforto più grande di questo poteva darle Gesù:
Il mio, d’ora in poi, è il Vostro!
La certezza delle presenza di Gesù tra loro accompagnava la preghiera della comunità dei credenti, Nuovo Popolo di Dio: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2, 42), lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2,47) .
L’esperienza  Pentecostale continua. A garanzia che Gesù, da allora e per sempre, è con loro ed è e sarà con noi. Luca negli Atti degli Apostoli ci racconta che dopo pochi giorni assaporano ancora il medesimo gusto dello Spirito: “Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono ripieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza” (At 4, 31).
Dalla Pentecoste in poi lo Spirito Santo è una presenza costante nella comunità dei credenti in Gerusalemme e tra i pagani, a significare che il sacrificio di Gesù si era consumato per tutta l’umanità e per sempre. Infatti il libro degli Atti degli Apostoli ci fa assistere ad altre manifestazione della Pentecoste fuori Gerusalemme e tra i pagani.
IN SAMARIA: “Frattanto gli apostoli a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Allora imposero loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo. (At  8, 14; 17).
A CESAREA, in casa del centurione romano Cornelio, Pietro reca la buona novella: Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo. scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso(At 10, 44 e 11, 15 ).
AD EFESO si ripeté la stessa manifestazione Pentecostale alla presenza di Paolo:  E non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo.”(At 19,6)
         Ma l’Ascensione di Gesù, sotto gli occhi degli apostoli, pare davvero la conclusione di un evento stupendo, ma oramai esaurito: “… fu  elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo” (At 1, 9). La Nube E’ il segno della presenza di Dio, la nube che coprì il popolo d’Israele nel deserto (Es 40, 36-38). è la stessa ombra che l’Angelo Gabriele annuncia a Maria: ”Su di te stenderà la sua Ombra la Potenza dell’Altissimo” (Lc 1,25).     
L’Ascensione ricongiunge la terra al cielo, il mondo degli uomini al mondo di Dio, perciò Dio non è più al di fuori dell’esistenza e della storia umana, poiché in Gesù l’uomo accede alla Signoria, al mondo di Dio, al mondo dello Spirito Santo che Gesù riceve dal Padre e che unito al Padre lo dona all’uomo; perciò la Pentecoste è l’inizio del tempo futuro, il tempo dello Spirito, che non resta dentro i cuori degli apostoli ed in quella comunità, ma si manifesta a noi, trabocca, effonde per farci diventare comunità profetica, spirituale e missionaria.
         Pentecoste, nella chiesa e nei credenti, da quella prima manifestazione dello Spirito Santo è costante, perché Gesù donando il suo Spirito agli Apostoli e a noi per mezzo di loro, ha realizzato la sua promessa di essere con noi tutti i giorni:
Fino alla fine del mondo”.
Se l’effervescenza e la gioia dell’annuncio della parola di Dio e delle opere di Gesù gustate dalla prime comunità cristiane OGGI non si percepiscono e non si assaporano più, è perché siamo cristiani anagrafici e tiepidi, non già perché non aleggia lo Spirito Santo. come nelle prime comunità, ma perché non siamo “né caldi né freddi” (Ap 3,15).
Lo Spirito di Dio ha accompagnato ed accompagna sempre la sua chiesa, ne sono testimoni carismatici i Santi, che animati dallo Spirito Santo, hanno vivacizzato la chiesa: da S. Agostino a S. Francesco, da Padre Pio a Madre Teresa di Calcutta.
Ma le manifestazione più eclatanti, efficaci e guaritrici e che ci garantiscono la certezza della presenza costante dello Spirito Santo: sono quelle che si ripetono ogni giorno in tutte le chiese del mondo, quando si rinnova la morte e la risurrezione di Gesù, quando lo Spirito Santo trasforma le specie offerte in sangue e corpo di Gesù.     L’essenza del Padre e del Figlio: Lo Spirito Santo è certo in mezzo a noi perciò: “Lasciamoci riconciliare con Dio” (2Cor 5,20) per continuare l’opera iniziata per Gesù dagli Apostoli: “Come il Padre ha mandato me anch’io mando Voi” (Gv 20,21).

A conclusione vi prego: quando ci accostiamo a ricevere Gesù Eucaristico avviamoci  con la certezza di incontrare Gesù vivo non già solo un’ostia, vi prego.